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Internazionale

Ue-Mercosur: come cambiano le regole del gioco

Tra opportunità per imprese e consumatori e nodi su agricoltura, ambiente e standard

27 gennaio 2026
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di Daniele Santuliana
giornalista, Ufficio Web e Social media

L'accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur, firmato il 17 gennaio in Paraguay e già sospeso in attesa della Corte di Giustizia dell’Unione europea, riaccende un confronto che intreccia economia e politica: apertura dei mercati, tutele per i settori più esposti, sostenibilità e competizione globale per risorse strategiche. Ne abbiamo parlato con Chiara Tomasi, docente di Economia applicata al Dipartimento di Economia e Management.

«L'accordo – spiega Chiara Tomasi – costituisce il pilastro commerciale di un partenariato più ampio tra le due aree e punta a creare il più grande spazio di libero scambio al mondo, coinvolgendo 718 milioni di persone per un Pil complessivo di 22.400 miliardi di dollari, pari al 70% del Pil degli Stati Uniti». Ma i numeri vanno contestualizzati: «Pur restando strategicamente rilevante per la diversificazione degli scambi e degli approvvigionamenti, il commercio Ue-Mercosur vale 111 miliardi di euro, circa il 3% del commercio estero complessivo dell'Unione».

Che ci siano voluti 25 anni non sorprende. «È stato necessario mediare tra interessi economici molto diversi in un contesto in costante trasformazione. Da un lato l'Ue ha cercato di ampliare i mercati di sbocco e ridurre la dipendenza da pochi fornitori di materie prime; dall'altro, i Paesi con un forte settore agricolo hanno temuto gli effetti della concorrenza sudamericana su prezzi, occupazione e sopravvivenza delle aziende», racconta Tomasi. Nel tempo sono poi entrate nel negoziato priorità legate a sostenibilità ambientale, benessere animale, tutela delle foreste e diritti di chi lavora.

L'accordo prevede la riduzione o l'eliminazione progressiva dei dazi su oltre il 90% delle merci e rafforza la tutela del "Made in Europe" con oltre 350 indicazioni geografiche (58 italiane). «L’apertura – chiarisce però Tomasi – è stata disegnata in modo parziale e fortemente regolato: per prodotti sensibili come carne bovina, pollame, zucchero, riso e miele restano in vigore dazi elevati oltre determinate soglie di importazione, insieme a clausole di salvaguardia. A tutela del reddito agricolo è inoltre previsto il rafforzamento delle risorse della Politica agricola comune, per un ammontare complessivo di 45 miliardi di euro».

La liberalizzazione produce effetti asimmetrici, con benefici concentrati in alcuni ambiti e aggiustamenti più onerosi in altri: «Per i produttori europei il pericolo è una pressione al ribasso su prezzi e margini, accentuata da un'asimmetria normativa per via di standard ambientali e sanitari più stringenti in Ue. Le misure di compensazione possono attenuare l'impatto nel breve periodo, ma non risolvono il problema strutturale».

Per i consumatori europei possono esserci vantaggi di varietà e prezzi, ma non automatici, perché sui prezzi incidono anche costi di trasporto, margini della distribuzione e standard qualitativi. I nodi più delicati restano qualità, sicurezza e trasparenza.

L'intesa presenta anche vantaggi strategici: «L'accordo favorisce scambi con Paesi ricchi di risorse e contribuisce alla diversificazione delle fonti di approvvigionamento. L'obiettivo è rafforzare la resilienza nell'accesso a materie prime critiche come litio, rame, nichel e grafite, oggi fortemente concentrate sotto il controllo cinese».

La dimensione geopolitica dà all'accordo il suo significato più profondo. In un contesto di tensioni globali e ritorno dei dazi, l'intesa diventa uno strumento di diversificazione strategica cruciale per la resilienza delle filiere industriali europee: «L'accordo è un tentativo di recuperare peso politico ed economico in America Latina, dove dal 2000 la quota Ue nel commercio del Mercosur è scesa dal 30% a meno del 17%, mentre quella cinese è cresciuta fino a circa il 27%».

Ma l'accordo racconta anche un'Europa più intergovernativa e divisa, dove decisioni strategiche vengono adottate a maggioranza qualificata nonostante forti opposizioni nazionali e sociali, generando tensioni tra ambizioni globali e consenso interno. «L'Unione – conclude Tomasi – sta trasformando la politica commerciale in uno strumento geopolitico per rafforzare l'autonomia strategica aperta attraverso accordi con altri paesi».