Colorful houses in Kulusuk village in winter, Greenland ©Adobe Stock ph. Pavel Svoboda

 

Internazionale

Perché non è solo un pezzo di ghiaccio

La Groenlandia tra fragilità ambientale, cooperazione scientifica, neocolonialismo e politiche europee

29 gennaio 2026
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di Elisabetta Brunelli
giornalista, Ufficio Stampa e Relazioni esterne

Un’isola in gran parte ricoperta di ghiaccio, dove i principali collegamenti sono affidati a slitte e motoslitte. Dove regna il silenzio, le condizioni di vita sono estreme e la densità particolarmente bassa. Nelle ultime settimane si è parlato molto della Groenlandia per le mire espansionistiche degli Stati Uniti, per le minacce di annessione e le dichiarazioni del presidente Donald Trump, che nel World Economic Forum 2026 di Davos, più volte è tornato sulla questione di quel “piece of ice”.

«La recente attenzione globale sulla Groenlandia, e sulla regione artica, ha fatto emergere la fragilità della regione non sono dal punto di vista ambientale, ma anche politico. L’Artico è passato da area di tensione tra Stati Uniti e Urss durante la Guerra fredda ad area di cooperazione internazionale, almeno fino all’aggressione russa del 2022 contro l’Ucraina e dalle mire di Trump sulla Groenlandia, già annunciate nella sua precedente amministrazione. Questi eventi hanno messo in discussione il concetto di “eccezionalismo artico”, la capacità della regione di rimanere un’area priva di conflittualità», osserva Mario Giagnorio.

Giagnorio, attratto da quella area del globo così recondita e dove gli effetti del cambiamento climatico e del riscaldamento globale si manifestano in modo più veloce che altrove, l’ha scelta come tema della sua tesi di dottorato. Lavoro che ha discusso alla Scuola di Studi internazionali dell’Università di Trento nel 2024, sotto la supervisione di Anna Casaglia e Marc Lanteigne. Giagnorio ha investigato la formazione della politica per l'Artico dell'Unione europea ("The Actorness of the European Union in Arctic Policymaking").

Una delle dimensioni approfondite è la cooperazione scientifica: «Dal 2022, i rapporti con la Russia nei forum artici sono stati per la maggior parte sospesi insieme ai programmi di ricerca congiunti, che però recentemente sono stati riavviati. L’incertezza sul ruolo della cooperazione scientifica getta dubbi sull’approccio più adatto per mantenere pace e cooperazione nella regione.

Da diverso tempo, nella letteratura politica, si parla della capacità della cooperazione scientifica di creare circoli virtuosi anche laddove altre forme di dialogo non fossero possibili. Ora, è più chiaro che la “diplomazia scientifica” richiede una volontà di fondo di cooperare perché sia efficace, soprattutto in materie come il cambiamento climatico, che non sono prioritarie nell’agenda delle grandi potenze. Questo è un problema per l’Unione europea, che si appella (almeno nei propri documenti) alla protezione ambientale e alla ricerca scientifica per la promozione del multilateralismo e per imporsi come attore nella regione grazie alla capacità di fornire finanziamenti».

Riprende: «La strategia dell’Ue di puntare sulla ricerca rispecchia una debolezza in termini di sicurezza e capacità militari, ma anche della politica regionale. La Dichiarazione di Ottawa del 1996 che istituisce il Consiglio Artico, il principale forum politico della regione, esclude discussioni relative alla sicurezza militare. Forse anche per questo, fino a oggi, gli Stati artici (Canada, Finlandia, Islanda, Norvegia, Regno di Danimarca, Russia, Svezia, Stati Uniti) hanno sempre sostenuto, nei documenti ufficiali, che le questioni di sicurezza nell’Artico fossero prevalentemente legate ai rischi posti dal cambiamento climatico e da attività antropiche, come l’estrazione di petrolio e gas in zone delicate difficilmente raggiungibili in caso di incidenti. Nel 2019, il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo ruppe questo protocollo e denunciò a Rovaniemi (Finlandia) la pericolosità delle minacce militari russe e cinesi nell’Artico, creando dello scompiglio diplomatico. L’entrata di Finlandia e Svezia nella Nato presentò un altro momento importante per il discorso sulla sicurezza nella regione. Stavolta, però, la crisi non proviene dal fronte russo, ma da quello statunitense».

Sono le terre rare il fattore scatenante? «Sicuramente la disponibilità di “terre rare” è tra i motori delle azioni di Trump, cui si aggiunge la competizione tra Stati Uniti e Cina. Con una differenza di strategia: l’azione di Trump è molto più spregiudicata e rischia di compromettere la propria rete di alleanze. L’azione cinese è più “soft” e legata agli investimenti economici, pur rimanendo invasiva. L’accesso alle terre rare però è una questione che va oltre gli Stati Uniti, perché può significare ridurre la propria dipendenza dalla Cina, e questo è importante anche per l’Ue».

Come si possono descrivere le relazioni tra Ue e Groenlandia? «Non sono relazioni comparabili a quelle di altre zone aree artiche appartenenti all’Unione, poiché l’isola è un territorio d’oltremare e quindi esterno allo spazio europeo, pur appartenendo alla Danimarca. Mentre le strategie per l’Artico di Svezia e Finlandia puntano a una maggiore cooperazione con l’Ue, i cui fondi sono essenziali per lo sviluppo locale, il governo danese finora ha cercato di impostare la propria strategia nei termini di gestione delle relazioni internazionali, evitando interferenze interne anche nella forma di finanziamenti europei, rispecchiando il sentimento della popolazione groenlandese. Gli avvenimenti più recenti potrebbero cambiare le dinamiche regionali. Anche l’Islanda, ad esempio, sta considerando un referendum per l’appartenenza all’Ue. Ma è prematuro fare previsioni».

La chiave di lettura per comprendere le dinamiche in gioco? «Può essere quella neocoloniale: l’Artico è visto come una regione da cui estrarre risorse a discapito della volontà delle popolazioni locali e soprattutto indigene. E questo avviene anche in Scandinavia, che pur sta lavorando sul riconoscimento e la riparazione del colonialismo “interno”. La trasformazione della regione è inevitabile, come le opportunità economiche che questa comporta, ma l’Artico rischia di essere trattato come una frontiera da sfruttare e sacrificare, e non un luogo abitato da popolazioni che non vogliono perdere la loro casa per competizioni tra attori rivali o estranei».