Negli ultimi dieci anni, oltre un milione di individui ha acquisito la cittadinanza italiana. Tuttavia poco si conosce delle conseguenze concrete che questo passaggio produce nella vita quotidiana delle persone immigrate, in particolare sul piano economico. Uno studio coordinato dall’Università di Trento indaga l’impatto di questo riconoscimento giuridico sulle condizioni lavorative di chi lo ottiene. E lo fa con un metodo che in Italia è ancora poco diffuso, il data linkage. Il lavoro è stato pubblicato su International Migration, rivista ufficiale dell'ufficio Migrazioni delle Nazioni Unite.
Il valore della cittadinanza italiana lo si misura, economicamente, in busta paga. Chi l’ha ottenuta guadagna di più rispetto a chi non ce l’ha. Non solo. Svolge anche lavori con qualifiche più elevate. Questi sono alcuni degli aspetti concreti che emergono dall’indagine. Il primo firmatario è l’assegnista di ricerca del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale Davide Gritti. Hanno collaborato Filippo Gioachin, Raffaele Grotti, Paolo Barbieri e Stefani Scherer per UniTrento, Anna Zamberlan della Ludwig Maximilian Universität di Monaco ed Eleonora Meli dell’Istat. L’approccio utilizzato, quello del data linkage, consiste nell’unione tra dati derivanti da indagini campionarie e fonti amministrative, in questo caso provenienti dai registri sulle naturalizzazioni e sui redditi. Una pratica ancora poco diffusa in Italia, ma sempre più consolidata nel mondo della ricerca internazionale. 
Lo studio è stato reso possibile dal protocollo di ricerca tra Istat e il Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale, “Trasformazione delle carriere lavorative e nuove disuguaglianze”.
Il team ha analizzato 15 mila soggetti nativi italiani, 1000 immigrati non naturalizzati e circa 500 immigrati che hanno acquisito la cittadinanza entro il 2016. Su questo campione rappresentativo della popolazione residente al 2016, il gruppo di ricerca ha impiegato una metodologia controfattuale per isolare gli effetti della cittadinanza stessa. Sono stati messi a confronto individui naturalizzati e non naturalizzati, osservando poi per i secondi gli esiti lavorativi prima e dopo la cittadinanza.
Chi è naturalizzato guadagna in media circa il trenta per cento in più rispetto a chi non ha acquisito la cittadinanza e occupa più spesso posizioni qualificate e meglio retribuite. Lo studio mostra vantaggi concentrati soprattutto tra le donne. Secondo Davide Gritti questa dinamica è documentata anche in altri contesti. «La cittadinanza, in particolare per le donne, può rappresentare un fattore abilitante per l’ingresso o la mobilità nel mercato del lavoro. Potrebbe anche contribuire a far valere titoli di studio precedentemente non riconosciuti o sottoutilizzati».
Partendo da questo risultato all’apparenza semplice, tuttavia, emerge una domanda cruciale: ottenere la cittadinanza italiana migliora davvero le condizioni economiche degli immigrati oppure la ottengono coloro che sono già ben integrati? Le analisi controfattuali confermano la seconda ipotesi. Le differenze negli esiti lavorativi tra immigrati naturalizzati e non-naturalizzati non sono il risultato diretto della cittadinanza: chi diventa italiano godeva già, prima della naturalizzazione, di condizioni migliori e caratteristiche che comportano ritorni maggiori nel mercato del lavoro, come un titolo di studio terziario o la residenza in regioni economicamente più sviluppate.
Un aspetto chiave messo in luce dallo studio è che in Italia la cittadinanza arriva relativamente tardi – in media intorno ai quarant’ anni – e dopo un lungo percorso burocratico: come requisito generale sono richiesti almeno dieci anni di residenza ininterrotta, un reddito minimo, una conoscenza adeguata della lingua italiana e l’assenza di precedenti penali. In molti casi, quindi, la cittadinanza può essere vista non come uno strumento di integrazione, ma come l’esito di un’integrazione già avvenuta. «La nostra ricerca mostra indirettamente quanto sia importante riflettere sulle implicazioni dei tempi e delle modalità di concessione della cittadinanza – sottolinea Gritti, che continua – studi recenti in Germania, Francia e Svizzera hanno mostrato come una riduzione dei tempi di accesso possa dare maggiore efficacia alla cittadinanza come strumento di integrazione».
Il dibattito sul tema resta aperto, anche in seguito al recente referendum che proponeva di ridurre a cinque anni il periodo minimo di residenza richiesto e che non ha raggiunto il quorum.
Lo studio, dal titolo "Citizenship acquisition and labour market outcomes among immigrants in Italy: Evidence from linked survey-register data", è disponibile in open access sulla rivista International Migration.




