Palazzo Berlaymont sede della Commissione europea ©Adobe Stock

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Chi paga per la deregulation?

Imprese e governance europea tra sostenibilità, semplificazione e Green Deal. L’analisi in uno studio UniTrento

1 dicembre 2025
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Mario Giagnorio
Staff Facoltà di Giurisprudenza

L’Unione europea ha fatto del Green Deal un manifesto della propria strategia di crescita, ma le misure di sostenibilità ambientale rischiano ora di essere sacrificate in nome di una “deregulation” che dovrebbe favorire la competitività, secondo quanto affermato dalla Presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen al summit di Copenaghen di ottobre. Anni di politiche ambientali e sociali vengono messe in discussione. Sara Todeschini, dottoranda del corso Susteems (Sustainability, Economics, Environment, Management, and Society) nel primo articolo della sua tesi analizza il cambio di rotta della Commissione e il ruolo delle imprese nel suo percorso di ricerca. Con un approccio giuridico mette in luce gli effetti di questi cambiamenti sull’Unione e sulle imprese, evidenziando il delicato equilibrio tra semplificazione normativa, rischio di greenwashing e futuro della sostenibilità europea.   

Dottoressa Todeschini, in cosa consiste il suo progetto di ricerca, e come si colloca nel dibattito sulla strategia europea per la crescita sostenibile?

Il mio tema di ricerca è proprio la direttiva dell’Unione europea sul Corporate Sustainability Reporting (Csrd), che impone una rendicontazione trasparente delle prestazioni di sostenibilità di carattere non finanziario di aziende, banche, e società quotate. Essendomi laureata in Giurisprudenza, qui a Trento, affronto le questioni legate alla sostenibilità delle imprese da una prospettiva principalmente giuridica.

Le direttive che menziona nel suo lavoro come rientrano nel discorso sul Green Deal?

Il Green Deal è una strategia di crescita dell’Unione europea che pone al centro del progetto politico aspetti ambientali e sociali. La prima commissione Von der Leyen (2019-2023) insisteva sulla centralità del Green Deal, che si estende appunto alla rendicontazione delle attività d’impresa (e altre entità). Questa necessità ha portato alla produzione di altre direttive e strumenti legislativi. La più recente, la Csrd, introduce il concetto di doppia materialità: le aziende devono dichiarare sia l’impatto delle loro azioni sull’ambiente e la società (impact materiality), sia i costi per le aziende a fronte di rischi sociali e ambientali (financial materiality). Questa novità rappresenta una differenza da quanto avviene, per esempio, negli Stati Uniti, dove si rendiconta solo la materialità finanziaria. Qui però entrano in gioco il meccanismo “Stop-the-Clock, che dilaziona di uno o due anni i termini per chi è sottoposto agli obblighi di rendicontazione, e il pacchetto Omnibus I, finalizzato alla semplificazione della normativa europea in materia di sostenibilità. Questi potrebbero compromettere la direttiva in nome di una “semplificazione” che rischia di diventare “deregulation.

In che modo?

La questione della competitività è tornata centrale soprattutto nel 2024, con la rielezione di Donald Trump e la pubblicazione del rapporto Draghi. A febbraio di quest’anno, parte della commissione ha proposto questo pacchetto Omnibus I, costituita da sei pacchetti, ciascuno dedicato a un settore. Il primo è proprio quello della rendicontazione di sostenibilità. Lo scopo era di ambire a una semplificazione degli obblighi e delle procedure, viste come troppo onerose e svantaggiose per la competitività dell’Ue. Dapprima si decise di rallentare e rinviare le scadenze per le rendicontazioni – la Stop-the-Clock, appunto – e poi sul contenuto: il pacchetto Omnibus I riduce drasticamente il numero delle imprese cui è richiesto di rendicontare la propria sostenibilità. Tutto ciò è però avvenuto in modo discutibile, perché la direttiva è stata adottata con procedura d'urgenza pur non sussistendo una situazione emergenziale. Nel primo articolo della mia tesi, relativo a questa direttiva, evidenzio come sia mancato in realtà un vero e proprio coinvolgimento di tutti gli stakeholders, facendo apparire la direttiva come se fosse stata fatta da e per le aziende, e non per tutte le categorie considerate. 

Cosa implica questo per l’Unione europea e per le aziende?

Paradossalmente, per le aziende, questo significa prima di tutto incertezza e costi elevati, soprattutto a danno di chi ha già deciso di adeguarsi alla Csrd. Per l’Europa si configura sia un problema di natura politica e democratica, relativo all’adozione della procedura di urgenza, a causa della quale è stata aperta un’inchiesta da parte della Mediatrice europea (European Ombudsman), che di democraticità del regolamento Omnibus - che comunque è ancora in fase di negoziazione tra Parlamento, Commissione, e Consiglio. Inoltre, l’Ue rischia di perdere credibilità e influenza sui processi produttivi interni ed esterni all’Unione.

Qual è il ruolo delle imprese in questo contesto?

Le aziende possono migliorare e dare il loro contributo a tematiche ambientali e sociali, anche con attività volontarie. La letteratura scientifica, tuttavia, evidenzia come l’approccio volontario debba essere necessariamente superato da un approccio di tipo normativo, senza il quale il rischio di greenwashing aumenta. Sarebbero auspicabili un’armonizzazione e una coerenza tra direttive senza deregolamentare, e coinvolgere maggiormente gli stakeholders. È molto probabile, tuttavia, che il vocabolario della competitività sarà giustificato per favorire la deregolamentazione.