Ci sono luoghi dove la ricerca non è solo scienza, ma anche speranza, soprattutto a Natale. Luoghi dove, per preservarla, si studiano i meccanismi più complicati della vita, come la divisione cellulare e la separazione dei cromosomi. Uno di questi è il laboratorio, al Dipartimento Cibio dell’Università di Trento, di Peter De Wulf. Ci lavora una squadra che studia le cellule per sviluppare farmaci in grado di combattere i tumori riducendo gli effetti collaterali delle terapie oggi in uso, come i trattamenti con i farmaci antimitotici. La ricerca si concentra su un nuovo bersaglio: il cinetocore, una sorta di gancio molecolare che permette ai cromosomi di separarsi correttamente durante la divisione cellulare. L’obiettivo è lo sviluppo di molecole innovative per trattare le leucemie in modo più mirato e sicuro. Una sfida resa possibile grazie al contributo di Ail Trento, che per le feste torna in piazza - da venerdì 5 a lunedì 8 - con le “Stelle di Natale”, un’iniziativa che dal 1989 sostiene la ricerca e l’assistenza ai pazienti ematologici in Italia. Una tradizione che, anche quest’anno, servirà a finanziare lo studio e la cura delle leucemie, dei linfomi e del mieloma. In poche parole: a donare speranza.
Professor De Wulf, l’obiettivo della vostra ricerca è la cura delle leucemie. In cosa consiste il progetto a cui vi state dedicando?
«Studiamo la divisione cellulare e, in particolare, il cinetocore, un complesso proteico essenziale che, nella divisione cellulare, regola la corretta separazione dei cromosomi replicati tra cellula madre e figlia. Il nostro obiettivo è di sviluppare molecole che inibiscono l’attività del cinetocore, bloccando così la divisione cellulare e portando alla morte delle cellule proliferanti, come quelle tumorali».
Perché? Parliamo della possibilità di trovare farmaci innovativi rispetto agli antimitotici attualmente impiegati in oncologia per trattare tumori?
«I farmaci antimitotici tradizionali, sviluppati decenni fa e tuttora molto efficaci, agiscono sui microtubuli del fuso mitotico, in sostanza impedendo alle cellule tumorali di replicarsi. Hanno salvato milioni di vite, ma presentano limiti importanti: le cellule tumorali possono infatti adattarsi velocemente, rendendo i farmaci meno efficaci. Inoltre, questi farmaci causano danni al sistema nervoso. Colpendo una struttura diversa, aggiriamo la capacità delle cellule tumorali di sviluppare resistenza e riduciamo drasticamente il rischio di effetti neurotossici. Infatti, i nostri inibitori si sono rivelati particolarmente efficaci verso le cellule dei dieci tipi di cancro più frequenti, incluse le leucemie, e molto meno su cellule sane. Ad ora, stiamo ottimizzando le molecole in laboratorio».
Quali sono i prossimi passi?
«Innanzitutto, stiamo depositando il brevetto, perché i nostri innovativi composti hanno un potenziale terapeutico davvero concreto. Parallelamente, li stiamo confrontando con le terapie anti-leucemiche attualmente in uso in clinica. Una sfida riguarda la grande eterogeneità delle leucemie, e per questo dobbiamo studiare come i nostri composti agiscano nei vari sottotipi e quali combinazioni terapeutiche possano risultare più efficaci. Un obiettivo importante, infatti, è valutare la loro possibile integrazione con i farmaci antitumorali già in uso in clinica: offrire nuove opzioni terapeutiche significherebbe dare agli oncologi un ventaglio più ampio di possibilità, soprattutto per i pazienti che non rispondono alle terapie disponibili. Dobbiamo capire in quale forma i nostri farmaci rimangono più stabili e attivi all’interno dell’organismo e quale è la modalità di somministrazione più efficace, se per via orale o endovenosa».
Un’importante sfida in cui gli ostacoli non mancano. Cosa guida il vostro lavoro?
«La curiosità scientifica ci spinge ad andare avanti. Come ricercatore ho due obiettivi fondamentali: capire nel dettaglio cosa accade nelle cellule durante la divisione e, allo stesso tempo, trasformare questa conoscenza dei meccanismi coinvolti nello sviluppo di nuove terapie anti-tumorali concrete che possano aiutare i pazienti. La ricerca è un percorso fatto di alti e bassi: servono pazienza, lucidità e la capacità di mantenere uno sguardo positivo. Nei momenti difficili (per esempio quando i finanziamenti tardano o non arrivano) bisogna sapersi rimettere in gioco, cercare nuove strade e continuare a credere nel valore del progetto. Sono molto soddisfatto dei risultati raggiunti finora.
Al momento siamo gli unici al mondo a utilizzare il cinetocore come bersaglio terapeutico, e questo rappresenta una motivazione enorme per tutto il gruppo. Spero che sempre più persone vengano a conoscenza di questa ricerca e scelgano di sostenerla. Per il futuro sarebbe importante poter contare anche sull’interesse delle aziende farmaceutiche o della Provincia di Trento, oltre che sul prezioso contributo di Ail Trento».
Il vostro lavoro è sostenuto appunto da Ail Trento. Come è avvenuto il contatto?
«Le leucemie sono risultate tra i tumori più sensibili alle nostre molecole, motivo per cui abbiamo contattato e chiesto il sostegno di Ail Trento per proseguirne lo sviluppo. Il loro notevole interesse e il contributo finanziario ci ha permesso di perfezionare ulteriormente i nostri composti, migliorandone sia l’efficacia che le proprietà farmacologiche. La prontezza di Ail Trento ci ha permesso di non interrompere il lavoro e continuare la ricerca. Ail, inoltre, non solo si è dimostrata pronta a contribuire alla ricerca contro le leucemie, ma è aperta a risultati che possano rivelarsi utili anche per altri tipi di tumore. Questo sostegno essenziale non ha un impatto solo scientifico ma anche umano e territoriale. Grazie ai fondi di Ail, giovani ricercatrici e ricercatori possono restare a Trento e continuare qui la propria carriera, contribuendo a mantenere alto il livello della ricerca del Cibio.
È importante anche il coinvolgimento della cittadinanza, che attraverso iniziative come “Le Stelle di Natale” sostiene concretamente il nostro progetto. Il loro impegno genera un impatto che va oltre il locale: se questi composti continueranno a dare risultati promettenti, potrebbero diventare in futuro un’opzione terapeutica per pazienti trentini e di tutto il mondo».




