Neve sulle montagne trentine © Archivio Apt Trento ph. A. Ghezzer

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Fragili altitudini

In montagna il surriscaldamento è più veloce: studio su Nature Reviews, tra gli autori Anna Napoli e Dino Zardi

17 dicembre 2025
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di Marta Romagnoli
giornalista Ufficio Stampa e Relazioni esterne

Gli effetti del cambiamento climatico non sono solo una proiezione futura, ma una realtà ormai in corso e tangibile. In questo senso, la notizia della neve artificiale trasportata in elicottero sulla parte alta del Palon per garantire la sciabilità delle piste racconta una storia che va oltre la cronaca locale. Del clima che muta e della fragilità delle montagne parla l’articolo “Elevation-dependent climate change in mountain environments”, pubblicato lo scorso 25 novembre su “Nature Reviews Earth & environment” (https://www.nature.com/articles/s43017-025-00740-4) da un gruppo di ricerca internazionale, di cui fanno parte Dino Zardi e Anna Napoli, rispettivamente docente e ricercatrice del Dipartimento di Ingegneria civile e meccanica e del Centro C3A dell’Università di Trento.

Il paper esamina le evidenze del cambiamento sistematico del clima a differenti quote e mostra come le regioni montane stiano subendo modifiche più rapidamente rispetto alle pianure. Lo studio si concentra per la prima volta sui cambiamenti climatici dipendenti dalla quota invece che porre il focus, come si faceva in passato, sul concetto di riscaldamento dipendente dalla quota. Lo spiega Anna Napoli: «Si tratta di una literature review, dice, che fa seguito a un importante articolo del 2015, di cui primo autore è Nick Pepin, della School of the Environment and Life Sciences della University of Portsmouth, che è corresponding author anche della nuova pubblicazione ed è stato visiting professor al dipartimento Dicam a settembre 2025. Nel 2022 si è tenuta a Innsbruck l’International Mountain Conference, seguita da un workshop dedicato proprio a questo tema. In quell’occasione è nata l’idea di fare il punto della situazione, ci siamo resi conto che non si poteva più parlare solo della differente velocità di variazione di temperatura a seconda della quota, ma che bisognava iniziare a parlare di tante altre variabili che cambiano in funzione della quota in modo diverso, tra cui precipitazione, umidità, radiazione».

«Gli studi degli ultimi 10-15 anni – racconta la ricercatrice – si concentrano su come le montagne stiano subendo un'accelerazione del tasso di riscaldamento rispetto a tanti altri luoghi. Perché? Uno dei fattori può essere il fatto che c’è meno neve e che quindi cala l’albedo, la frazione di radiazione solare riflessa rispetto a quella incidente. La superficie assorbe quindi molta più energia che prima veniva riflessa. Un’altra ragione possono essere i cambiamenti nell’umidità». Nell’articolo si legge di un aumento del riscaldamento montano, dell’aridità montana e della perdita di neve montana.

Ma c’è di più, spiega Napoli: «Un’altra cosa interessante che emerge è che, a livello globale, a seconda del dataset utilizzato e della regione presa in analisi, si ottengono comunque risultati sempre un po' diversi. Questo ci dice che c’è il bisogno di aumentare i dataset osservativi in aree montane, soprattutto alle alte quote, e che bisogna iniziare a capire il perché alla base dei risultati differenti». «Circa tutte le aree montane sono hotspot del cambiamento della temperatura – precisa l’esperta –, mentre per quanto riguarda le precipitazioni ci sono risultati differenti a seconda dell’area montana che si osserva, anche perché si tratta di una variabile più complessa e che dipende molto da altre condizioni esterne». Tra queste la forma e la posizione delle montagne, chiarisce: «Le Ande, ad esempio,si estendono in direzione verticale e bloccano così le perturbazioni che arrivano dal Pacifico, mentre le Alpi sono disposte orizzontalmente e quindi non bloccano in modo così netto le perturbazioni, ma ne modificano l'intensità e il percorso. Diversa è poi la situazione del Kilimangiaro,una montagna isolata,non parte di una catena montuosa. Una grande variabile è dove si trovano le catene montuose rispetto alla circolazione atmosferica su larga scala». Delle Alpi dice: «Si sa che anche le nostre montagne si stanno scaldando molto più velocemente; in media di più le alte quote rispetto alle basse. Ma quando guardiamo al locale troviamo delle differenze: studi mostrano come zone alle basse quote possono avere un tasso di riscaldamento molto più importante rispetto alle alte quote, legato probabilmente alla diminuzione degli aerosol a bassa quota e quindi a più radiazione solare, mentre la situazione è inversa altrove. Le montagne sono complesse ed è per questo che lavorare con l’ambiente montano non è facile, ma estremamente affascinante».

Studiare la montagna, conclude Napoli, aiuta anche a comprendere come affrontare il cambiamento climatico, non solo negli ambienti montani. E la soluzione non passa solo per le buone pratiche, ma anche per una nuova consapevolezza: «È interessante notare che in montagna vive tantissima gente, che quindi c’è un aspetto di popolazione, ma non solo. Le montagne, infatti, non servono solo a coloro che le vivono, ma sono fondamentali per tutti, ad esempio come risorsa idrica. Lo dobbiamo capire tutti, sia che viviamo in montagna, sia che abitiamo a valle». «L’ambiente montano – afferma poi – non è solo ambiente, terra, ghiacciaio o fiume, ma è anche tanto altro. È biodiversità, ecosistemi differenti e poi c’è la componente socioeconomica della montagna, con l’agricoltura, il turismo. In Trentino lo sappiamo bene».

«Dobbiamo quindi tenere ben presente il fatto che i cambiamenti sono già in corso e che altri ne avverranno e che riguardano tutti gli ambiti della montagna. Non si tratta di fenomeni omogenei perché, come abbiamo visto, le variabili meteorologiche e meteoclimatiche mutano a causa del clima che cambia a seconda della quota e quindi diversamente in zone differenti – aggiunge la ricercatrice –. Bisogna iniziare a fare qualcosa di più per mitigare e per adattarci al cambiamento e rispettare un po’ di più ciò che ci circonda». «Le buone pratiche servono e vanno portate avanti, ma possono essere un modo per andare a mitigare il cambiamento – dice infine –. Allo stesso tempo dobbiamo adattarci a una montagna che sarà diversa da quella del passato. Pensiamo alle stagioni dell’alpinismo: bisogna essere consapevoli del cambiamento e prenderlo seriamente perché quando il clima non cambiava a causa dell’uomo c’era il tempo per adattarsi a tutto, migliaia di anni. Ora invece in 20-40-60 anni sta accadendo ciò che succedeva in migliaia di anni. Dobbiamo comprendere che ora tocca a noi adattarci, quindi essere più consapevoli nel vivere la montagna, non solo in modo sicuro dal punto di vista dello sport, ma anche per affrontarla dal punto di vista socioeconomico, turistico e agricolo».

«Il tema del cambiamento climatico e dei suoi impatti sull’ambiente, sulle infrastrutture, sull’economia, sulla salute e più in generale sulla società dovranno essere sempre più chiaramente spiegati alle persone e in particolare a quelle più giovani, a partire dalla scuola e dall’università» chiosa Dino Zardi. Il docente ricorda che a UniTrento questo già si fa: «L’Ateneo, assieme all’Università di Innsbruck, offre ad esempio il corso di laurea magistrale in Meteorologia ambientale e Fisica del clima. Un percorso volto al conseguimento di un doppio titolo, incentrato su un’ampia gamma di tematiche legate ai processi atmosferici e climatici e alle loro connessioni con i sistemi ambientali».