Barbie che ti chiede come stai, peluche che raccontano favole, chatbot sempre disponibili. Il Natale diventa, almeno in apparenza, sempre più interattivo, ma forse emotivamente più povero. Un tempo sotto l’albero si trovavano giochi di società, scatole da aprire insieme, regole da imparare, litigi da negoziare, alleanze da stringere. Interminabili partite a Risiko o a Mercante in fiera, duelli a colpi di Trivial Pursuit, tornei di briscola o burraco. Oggi, sempre più spesso, bambini e bambine ma anche adulti scartano oggetti che parlano, rispondono, rassicurano. Giochi dotati di intelligenza artificiale che non chiedono di condividere, ma di isolarsi.
A mettere in guardia su questo cambiamento è Laura Franchin, docente di Psicologia dello sviluppo e dell'educazione al Dipsco, che osserva: «Possiamo parlare, in generale, di un rapporto, ma non di una relazione significativa. È un rapporto freddo, stereotipato, che non cura la dimensione umana dello stare insieme». Secondo Franchin, questi giochi non possono e non devono sostituire figure di accudimento: «Danno risposte standardizzate, non mettono in discussione, non allenano il confronto. E nella relazione si perde tantissimo». Il rischio, spiega, è quello di un tempo di gioco che isola: «Il gioco di società permette di stare con l’altro, di condividere emozioni, lavorare sulle capacità cognitive e sul team building. Sono giochi che oggi vengono sempre meno richiesti, ma sono quelli che davvero danno un’opportunità di relazione».
La questione non riguarda solo i bambini. Anche gli adulti, sempre più spesso, si rifugiano in interazioni individuali e silenziose, dove non esiste conflitto né contraddittorio. «Il pensiero critico ne perde», avverte Franchin. «Nel confronto umano devi imparare a vedere il punto di vista dell’altro e ad essere empatico. Con l’intelligenza artificiale questo non accade». Da questa preoccupazione è nato un progetto di ricerca all’interno del corso di Psicologia dello sviluppo emotivo, raccontato da Cecilia Mulazzani: «L’idea è nata da una chiacchierata tra di noi. È un tema che ci incuriosisce ma allo stesso tempo ci preoccupa, perché l’intelligenza artificiale viene sempre più usata anche per gestire le emozioni». Gli studenti hanno costruito un questionario per indagare l’uso dell’Ia nella regolazione emotiva tra preadolescenti, adolescenti e giovani adulti. Angela Mazzon spiega: «Volevamo capire se ci fossero differenze tra le fasce d’età, sia nella frequenza di utilizzo dell’intelligenza artificiale per affrontare emozioni negative, sia nella percezione della sua utilità». Una simulazione sperimentale preliminare ha mostrato che l’intelligenza artificiale viene effettivamente usata come spazio di sfogo emotivo, soprattutto per tristezza e ansia. Lo studio ha coinvolto anche le studentesse Gaia Priolo e Giulia Federici. Quello che è stato osservato è stato come, messi di fronte a un contenuto emotivamente forte, i giovani abbiano scelto di parlare con ChatGpt. «È stato impressionante vedere quanto facilmente ci si rivolga a un chatbot per raccontare paure e fragilità», raccontano, «come se fosse più semplice che farlo con una persona reale». Il messaggio finale dello studio, sintetizzato da Lucia Bregnocchi, è chiaro: «La relazione umana non può essere sostituita da quella con una chatbot, soprattutto quando si parla di emozioni. È fondamentale continuare a monitorare come queste tecnologie influenzano l’elaborazione emotiva dei più giovani».
E allora la domanda torna, urgente, proprio a Natale: qual è il regalo davvero “intelligente”? Laura Franchin risponde: «Io non parlerei di regalo intelligente, ma di regalo significativo. Un regalo diventa tale quando è legato a un’emozione. Sotto l’albero potremmo mettere anche un pacchetto vuoto, se dentro c’è tempo, ascolto, attenzione, diventa un regalo significativo». Cecilia aggiunge: «Il regalo intelligente è il tempo passato insieme. I ricordi più belli non sono legati agli oggetti, ma ai momenti condivisi». Per Angela, «è un regalo che mette al centro la relazione, che permette di costruire legami veri». Lucia conclude: «Un gioco da tavolo, stare tutti intorno a un tavolo, davvero presenti: forse è questo il regalo più grande». Quest’anno, forse, sotto l’albero non serve qualcosa che parli. Serve qualcosa – o qualcuno – che sappia esserci e ascoltare.




