Non solo dalla famiglia. Il microbioma di bambini e bambine viene modellato anche dalle relazioni sociali fin dalla tenera età. La conferma arriva da un lavoro condotto da studiose e studiosi al Dipartimento di Biologia cellulare, computazione e integrata dell’Università di Trento e pubblicato dalla rivista scientifica Nature. In particolare, il gruppo di ricerca di Metagenomica computazionale ha indagato la trasmissione del microbioma in contesti e fasce d’età finora mai esplorati. Per fare questo si è avvalso della collaborazione dell’Ufficio servizi per l'infanzia e istruzione del Comune di Trento e di tre nidi d'infanzia del territorio comunale.
In precedenti studi condotti sempre nello stesso laboratorio del Dipartimento Cibio era stata osservata la trasmissione di
Lo studio. L’ipotesi iniziale di chi ha condotto la ricerca era che i primi contesti sociali nella vita di un essere umano, come i nidi d'infanzia, potessero essere luoghi di scambio e acquisizione di microbi intestinali. Un processo che plasma il microbioma durante i primi cruciali mille giorni di vita di un individuo. L’analisi si è concentrata quindi su come vengono acquisite le componenti batteriche
Le persone coinvolte sono state 134. Tra loro 41 frequentanti il primo anno di nido tra i 4 e i 15 mesi di età (sei i gruppi coinvolti delle tre strutture), i loro genitori, fratelli e sorelle e gli animali domestici presenti in famiglia, educatori, educatrici e personale in servizio nei nidi. Per un
Il microbioma “sociale”. «Quello che abbiamo osservato – spiega Liviana Ricci, assegnista di ricerca al Dipartimento Cibio e prima firmataria dell’articolo – è che durante i primi tre mesi il numero di ceppi iniziava a essere condiviso da chi era nello stesso gruppo, ma non da coloro che frequentavano nidi d’infanzia diversi. Inizialmente, quindi, i bambini tra loro non avevano di norma nessun ceppo in comune. Alla fine della nostra attività abbiamo riscontrato che, in media, circa un 20 per cento dei ceppi presente in ognuno era condiviso con almeno un'altra persona al nido». Uno dei risultati descritti nello studio riguarda ad esempio il tracciamento di un singolo ceppo di Akkermansia muciniphila (una specie batterica comune nell'intestino). «Abbiamo rilevato – illustra Vitor Heidrich, anche lui assegnista di ricerca al Dipartimento Cibio, co- autore dello studio che si è occupato dell’analisi computazionale dei dati – il suo passaggio da una madre e un figlio a un coetaneo presente nella stessa classe, e infine ai genitori di quest’ultimo, dove ha sostituito addirittura un ceppo residente esistente». Tracciamenti simili sono stati individuati per molti ceppi distinti di ognuna delle centinaia di specie batteriche diverse, generando una mappa estremamente intricata di trasmissione microbica. Questo è un risultato rilevante per chi ha condotto il lavoro. «Condividere gli stessi spazi, interagire socialmente nel primo anno di vita con coetanei, contribuisce allo sviluppo del nostro microbioma tanto quanto l’acquisizione del microbioma dai membri della propria famiglia e questo porta a definire il corredo unico di batteri che ognuno di noi porta con
Un altro aspetto interessante ha riguardato l’impatto dei trattamenti antibiotici sulla dinamica di trasmissione microbiologica. «L’assunzione di antibiotico non solo elimina il patogen
L’articolo
Lo studio “Baby-to-baby strain transmission shapes the developing gut microbiome” rientra nell’ambito del progetto Erc “MicroTouch” di cui Nicola Segata è coordinatore. È pubblicato dalla rivista Nature. È disponibile a questo link: https://www.nature.com/articles/s41586-025-09983-z




