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Nella nostra mente

In dialogo con Antonio Lasalvia sulle origini dello stigma in psichiatria. E sulle azioni per superarlo

16 febbraio 2026
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di Elisabetta Brunelli
giornalista, Ufficio Stampa e Relazioni esterne

Etichettati, taciuti, rimossi. I disturbi psichiatrici vengono spesso considerati una realtà a parte, che non riguarda la società nel suo complesso. In realtà, sono una questione di salute pubblica. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) afferma, infatti, che si ha il 25 per cento di probabilità di andare incontro a un disturbo mentale nel corso della propria vita. «È un magic number che ci dice quanto ciò coinvolga ognuno di noi, le persone con cui viviamo», afferma Antonio Lasalvia, professore associato di Psichiatria all’Università di Trento.

«La maggior parte dei disturbi mentali insorge tra i 15 e i 20 anni. Ritardare l’inizio dell’identificazione e del trattamento rischia di farli diventare cronici. Mentre riconoscerli tempestivamente e rivolgersi ai servizi competenti permette di avere informazioni e sostegno per gestirli, avviare percorsi di cura e riabilitazione. Tuttavia, manca ancora consapevolezza sui temi della salute mentale. Si dovrebbe fare di più nelle politiche sociali, ambito educativo e culturale. Ci sono resistenze, paura, vergogna, anche solo a fare una visita psichiatrica».

Professor Lasalvia, da cosa deriva lo stigma verso i disturbi mentali?

«Le ragioni sono molteplici. Molti erroneamente ritengono chi soffre di un disturbo mentale almeno in parte responsabile della propria condizione. Dante stesso considerava gli accidiosi - persone molte delle quali con i criteri diagnostici attuali rientrerebbero tra i depressi - colpevoli di essersi abbandonati senza reagire al torpore del corpo e dello spirito indotto dal maligno, collocandoli nell’Inferno. Ma lo stigma si spiega anche con la paura ingiustificata per possibili crisi di rabbia e aggressività (i cosiddetti “raptus”), con il pensare che chi manifesta problemi psichiatrici sia imprevedibile, inaffidabile. L’irrazionalità sfugge alle nostre griglie interpretative e spaventa. Non è un caso che fosse prevista la segregazione nei manicomi e questi fossero fuori dei centri abitati: per allontanare il problema. C’è l’idea che le persone con disturbi psichiatrici siano antropologicamente diverse. Come se ci fosse un “noi” e un “loro”, ma non è così».

Anche grazie alla riforma Basaglia tante cose sono cambiate. Ci sono retaggi del passato difficili da scalfire?

«Esclusione e pregiudizio permangono e sono ancora causa di sofferenza per le persone affette da disturbi mentali, inibiscono il loro diritto alla piena partecipazione alle principali attività della società civile».

Dove si annida lo stigma? E come si manifesta?

«Lo stigma può essere sia pubblico (verso la persona che soffre di disturbi mentali da parte di chi non ha questo tipo di problemi) sia interno (quando la persona stessa interiorizza gli stereotipi, li considera legittimi, li applica a sé, finendo per auto-escludersi). Lo stigma è ancora radicato e presente in numerosi contesti, compresi gli stessi servizi sanitari quando una logica assistenzialistica rischia di privare i pazienti della loro identità, libertà, autodeterminazione. Quando, anche animati dalle migliori intenzioni, si prendono le decisioni al posto loro, non li si coinvolge nella gestione del disturbo, si nega un loro ruolo attivo».

E un esempio di stigma interno?

«Penso al mondo del lavoro. Molte persone che soffrono di disturbi mentali sarebbero in grado di svolgere senza problemi numerose attività, ma nella convinzione di essere incapaci e improduttivi, si autoescludono a priori, secondo il meccanismo del “Why-try-effect” – “Perché provare a cercare un lavoro, se tanto non sarò in grado di mantenerlo?”. Un altro caso è chi accetta di mettersi alla prova, ma ritiene di non poter parlare del proprio disturbo e quindi sceglie il silenzio e l’isolamento. Non cerca nemmeno il sostegno di qualche collega».

Ci sono disturbi mentali che fanno più paura di altri?

«Sì, non hanno tutti la stessa connotazione. La categoria è variegata e comprende ansia, depressione, schizofrenia, ma anche disturbi di personalità, alimentari, post-traumatici e, ancora, disturbo d'ansia da malattia e neurodivergenze. Negli ambiti in cui si è riusciti a fare più informazione e sensibilizzazione – come in questo ultimo caso - c’è una maggiore conoscenza e quindi si è ridotto lo stigma».

Cambiare il nome a un disturbo può fare la differenza?

«Può dare un contributo. Lo si è fatto ad esempio usando “disturbo d'ansia da malattia” al posto di “ipocondria”. Trovare un nome più neutro per la schizofrenia potrebbe aiutare. È una parola che si porta dietro molte immagini negative, che anche dai media viene associata a comportamenti insensati e violenti alla Psyco, da film horror».

Quali sono le azioni di contrasto allo stigma che si dimostrano più efficaci?

«Per rimuovere lo stigma è necessario un insieme coordinato e integrato di interventi: legislativi, sociali, educativi, comunicativi e basati sull’esperienza vissuta. Va in questa direzione il “Mosaic Toolkit”, manuale dell’Oms che promuove la coprogettazione con le persone che vivono un disturbo mentale e le collaborazioni tra servizi, istituzioni, media e società civile. Pensi solo al fatto che manca una carta deontologica per gli operatori dell’informazione sui temi della salute mentale: aiuterebbe una narrazione più consapevole».

Quanto si investe nella ricerca scientifica in psichiatria?

«È una ricerca finanziata con risorse pubbliche scarse e che non viene sostenuta da investitori privati in ragione del pregiudizio che per i disturbi mentali non ci sia possibilità di cura, trattamento, riabilitazione e che quindi sia inutile o improduttivo anche studiarli. Oppure che l’unica ricerca da finanziare sia quella per gli psicofarmaci. Per fortuna esistono alcune istituzioni che sostengono iniziative rivolte alla valutazione di interventi psicosociali. Un esempio è il finanziamento che il mio gruppo di ricerca ha ottenuto dalla Fondazione Caritro per un progetto di intervento nella comunità che coinvolge le persone con disturbi psichiatrici e valorizza la loro esperienza di malattia».