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Distrazioni creative

Divagazioni mentali, rimuginio, estro: cosa succede nel cervello quando smettiamo di essere concentrati

23 febbraio 2026
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Barbara Poli
Staff di Dipartimento Cibio

Per metà del nostro tempo di veglia la mente è distratta. Non è spenta, sta vagando. Le divagazioni della mente non sono a costo zero per il nostro organismo. Ma ne vale la pena? Riuscire a indirizzare le digressioni della mente apre le porte del pensiero creativo. Ne parliamo con Nicola De Pisapia, associato di neuroscienze cognitive al Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento.

La sala è già quasi piena quando le luci si abbassano di mezzo tono. Qualche rumore di sedia, qualcuno che chiude il portatile, qualcuno che apre il quaderno. Sul palco, il relatore sistema il microfono, avvia la prima slide e inizia a parlare. Dopo le prime frasi, mentre le parole scorrono a un ritmo regolare, il corpo resta seduto, gli occhi puntati sul palco o sul proprio quaderno; la mente no. Inizia a vagare: salta da un pensiero all’altro, si ferma, torna indietro, accelera. Non si tratta di comune distrazione, ma di una forma di attività mentale. «La divagazione mentale - Nicola De Pisapia- accompagna gran parte della nostra vita quotidiana». Per lungo tempo questo fenomeno è stato considerato semplicemente una mancanza di attenzione. Negli ultimi anni, però, molti studi scientifici si sono concentrati sulla comprensione di questa che è una vera e propria attività mentale. «Il nostro cervello non è sempre concentrato. Al contrario: è fuori dall’attenzione focalizzata per la maggior parte del tempo. Quando la mente divaga, il cervello svolge uno sforzo mentale rilevante, con un consumo energetico non trascurabile. E non si tratta di un fenomeno marginale: la divagazione mentale accompagna circa il 50 per cento della nostra esperienza mentale durante la veglia», dice De Pisapia. Quando siamo distratti, il cervello, che a noi sembra spegnersi, attiva un sistema chiamato default mode network: un insieme di aree cerebrali che si attivano in sincronia quando l’attenzione non è focalizzata sul mondo esterno. Questa rete neurale è molto estesa e ha diversi nodi nella corteccia cerebrale. «La default mode network è la base biologica del nostro pilota automatico: contribuisce ai processi di autoriflessione e alla narrazione di sé, e tende ad attivarsi quando la mente si allontana da un compito». 
Uno studio del 2010 pubblicato su Science, “A Wandering Mind is an Unhappy Mind”, si concentra sulla tipologia di pensieri che il nostro cervello affronta quando si distrae. Il lavoro suggerisce che, quando la mente divaga, spesso l’umore ne risente e i pensieri possono diventare più cupi. De Pisapia, che ha studiato a lungo questa attività cerebrale, spiega che, nonostante lo studio sia stato molto criticato perché sbilanciato sugli aspetti emotivi negativi, coglie un aspetto reale del nostro funzionamento mentale: durante le divagazioni mentali, la maggior parte di noi tende infatti a produrre pensieri negativi. In psicologia questo schema può arrivare fino al cosiddetto rimuginio, cioè una catena di pensieri ripetitivi e negativi, difficili da controllare. 
Quando il default mode network rimane intrappolato in questo flusso la situazione può diventare problematica. «Il rimuginio convoglia emozioni negative e, quando queste diventano predominanti, può associarsi a forme di disagio psicologico, come sintomi depressivi o ossessivi, perché continuiamo a divagare in modo disfunzionale e perdiamo la capacità di focalizzarci», spiega De Pisapia. Il rimuginio ingabbia la nostra mente, ma la divagazione mentale prende a volte anche altre strade, e invece di chiudere, apre.  ©Magda Stanovà
È la posizione sostenuta dall’artista Magda Stanovà (vedere immagine sopra, pubblicata per gentile concessione di Magda Stanovà): per lei, le divagazioni mentali non sono un inciampo, ma una soglia creativa. Magda Stanovà nelle sue conferenze intitolate “Mind wandering during lectures” presenta una serie di immagini e illustrazioni che mostrano visivamente il vagare del nostro pensiero. Attraverso i suoi disegni visualizza il pensiero che parte in modo lineare, aderente a ciò che la mente sta ascoltando, ma poi, a un certo punto, si libera e inizia a disegnare strade tortuose che simboleggiano intuizioni e idee che la mente crea, ampliando la propria percezione. Queste divagazioni permettono di esplorare nuovi territori e di aprire il pensiero creativo, che un’eccessiva concentrazione avrebbe rischiato di inibire. «Non dobbiamo esagerare nello stigmatizzare il mind wandering come esclusivamente negativo. Ci sono fasi in cui, pur divagando, manteniamo la possibilità di riprendere il filo del pensiero.» racconta De Pisapia. «Gli studi scientifici recenti suggeriscono che chi riesce a distrarsi senza perdersi tende anche a mostrare una maggiore creatività». La creatività prende dunque forma proprio in questo spazio: nell’accesso ai contenuti che emergono dalla distrazione. 
Le persone più creative sono quelle capaci di immergersi e poi riemergere senza smarrire del tutto la consapevolezza, portando con sé qualcosa di concreto. È una dinamica ben documentata anche nella storia dell’arte: dai surrealisti agli artisti che cercavano di catturare immagini e pensieri nell’attimo che precede l’addormentamento. Il vagabondaggio mentale diventa così una risorsa preziosa, a condizione di poter recuperare quei contenuti e tradurli in una forma. Nicola De Pisapia spiega che alcune persone sono naturalmente più predisposte a muoversi dentro il mind wandering senza esserne travolte, ma che questa capacità può essere anche coltivata. Pratiche come la respirazione o la meditazione aiutano ad allenare l’attenzione e a modulare il flusso dei pensieri, soprattutto in una società contemporanea iperattiva e costantemente sollecitata dalla tecnologia. 
Adesso, quasi senza accorgercene, torniamo nella sala. La voce del relatore è di nuovo in primo piano, le slide sullo schermo, le sedie allineate. E il relatore chiede: “Siete ancora con me?” e spezza il filo dei pensieri! Il viaggio si interrompe. Qualcuno annuisce, qualcun altro sorride. E magari, nel tornare, porta con sé un’idea nuova.