“Autorretrato en la frontera entre México y Estados Unidos” (1932) riproposto a Milano durante un evento di proiezione di opere di Frida Kahlo ©LaPresse ph. Vince Paolo Gerace

Ricerca

Con gli occhi di Frida Kahlo

Sul confine tra Messico e Stati Uniti, mondi opposti tra loro intrecciati, tra personale e politico

10 marzo 2026
Versione stampabile
di Sara Carneri
Ufficio Eventi

Siamo nel 1932, a Detroit. Frida Kahlo è lì per accompagnare il marito, Diego Rivera, in un viaggio negli Stati Uniti durante il quale il celebre artista realizzò monumentali murales, commissionati dal figlio di Henry Ford. In quello stesso anno Frida Kahlo dipingerà “Autorretrato en la frontera entre México y los Estados Unidos". È questo il punto di partenza del seminario che si terrà il 17 marzo a Palazzo Paolo Prodi, nell'ambito del programma “Confini instabili: connessioni transfrontaliere fra patrimonio culturale, materialità e Grenzgänger”, curato da Serena Luzzi e Denis Viva, docenti del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento. Ne abbiamo parlato con Alessandra Lorini, americanista e storica culturale, già docente di storia dell’America del Nord all’Università di Firenze, che affronterà il tema del confine tra Messico e Stati Uniti – ibrido, instabile, fluido – attraverso l’opera di Frida Kahlo e le vicende storiche di una frontiera lunga 3mila chilometri, un terzo dei quali attraversati da una barriera d’acciaio tra due mondi opposti e al contempo intrecciati.

«Frida Kahlo arriva a Detroit con il marito, Diego Rivera, giovanissima. Aveva 25 anni e veniva guardata come la moglie che accompagna il grande artista. La coppia viene esaltata dai giornali e da tutti i media dell’epoca perché lei si presenta con gli abiti tradizionali. Abiti tradizionali messicani, dei più sgargianti, con colori forti e accesi. Questo è un “passaggio di confine», ci racconta Alessandra Lorini. «Frida Kahlo è nata nel 1907 ma andava dicendo di essere nata in realtà nel 1910. Questo non per vezzo ma perché il 1910 è l’anno d’inizio della rivoluzione messicana e per lei è come se fosse una rinascita. E si fa portatrice di quella cultura messicana, indigena, rivoluzionaria e si riappropria di questa identità nazionale a dispetto degli Stati Uniti», prosegue la professoressa. «È una valorizzazione della donna messicana, meticcia, che non è affatto l’angelo del focolare. Per Frida Kahlo non c’è confine tra la ‘new woman’ che conquista un suo spazio pubblico e la donna tradizionale messicana. Questo è un elemento molto importante ed è ben rappresentato in questo dipinto del 1932».

In “Autorretrato en la frontera entre México y los Estados Unidos", Frida Kahlo è sul confine tra Stati Uniti e Messico. «Non è il confine vero, perché lei si trova a Detroit mentre il confine geografico è molto più giù. Si tratta di un confine immaginario. C’è chi ha interpretato quest’opera come una totale chiusura nei confronti degli Stati Uniti e una sorta di nostalgia per il passato, io ci vedo dell’altro. Lei si mette in mezzo, al centro, come fosse una statua, con un vestito rosa, la bandiera messicana puntata verso il basso e nell’altra mano la sigaretta – due elementi significativi di due identità fluide. Tra i tanti particolari di questo dipinto ci sono delle radici, sul versante sinistro, di piante tropicali messicane che si intrecciano con il lato destro del dipinto dove ci sono dei cavi elettrici dei generatori della Ford. È un particolare che mostra come, per Frida Khalo questo confine è un confine instabile. Frida Kahlo stessa è una donna molto fluida anche a livello di genere, le piace giocare con l’ambiguità, ha un’identità molteplice».

La rappresentazione del confine che emerge da questo dipinto riporta a ciò che Gloria Anzaldúa - sociologa e scrittrice statunitense di teoria culturale chicana - chiamava la "ferida abierta" (ferita aperta). Questa tragedia messicana che non si è mai conclusa parte dal 1848, dalla guerra tra Messico e Stati Uniti. Ed è una ferita tuttora aperta. «Ma alle barriere che chiudono c’è anche un antidoto: ed è l’arte che nasce al confine. Se pensiamo all’arte contemporanea, dal 2018 ad oggi, alle istallazioni che sono state messe su quella barriera di acciaio, possiamo riconoscere un luogo di contropotere. C’è una fotografia gigantesca, ad esempio, di un bambino messicano che si affaccia sulla staccionata e sotto ci sono i poliziotti dell’immigrazione che lo guardano. E questo bambino sembra prendersi gioco di loro. Un’altra istallazione raffigura un’altalena di legno che attraversa la barriera. Sul versante statunitense c’è un bambino americano e sull’altro versante c’è un bambino messicano. Sono tutte istallazioni rosa per contrastare il colore scuro di questo “muro”. È un confine artificialmente chiuso ma il paesaggio è identico da una parte all’altra».

Ci sono tanti studi che partono da Frida Kahlo per parlare della border art. «Quell’arte del confine che contamina, che non è né di qua né di là ma si mescola. Crea dei momenti di condivisione, quando il muro divide. È questo tipo di arte che supera le divisioni. Una delle più grandi fondazioni americane, la Mellon Foundation ha investito 25 milioni di dollari, circa, per sostenere progetti artistici al confine tra Messico e Stati Uniti. Ha investito in progetti di giovani artisti che parlano di cosa succede in quello spazio, nelle terre di confine. Dove la lingua si mescola, le tecniche pittoriche si ibridano, tutti o quasi sono bilingui – c’è lo spanglish, cioè l’inglese parlato da chi è madrelingua spagnola oppure lo spagnolo parlato da chi è di madrelingua inglese. Ci si veste in uno dei due modi o in tutti e due i modi. Quindi è l’arte che rompe questa divisione. Ecco, se Frida Kahlo fosse viva oggi, sarebbe sicuramente sul confine a protestare», conclude la professoressa Lorini.