Camminando per le strade di Trento c’è chi avrà notato che in queste ultime settimane sono comparsi manifesti sulla proposta di legge di iniziativa popolare sulla cosiddetta “remigrazione”. I toni sono quelli tipici della propaganda populista. Il termine, non nuovo, evoca scenari di inversione dei flussi migratori. Dietro slogan di piazza, finora rimasti isolati, si nasconde una realtà complessa che chi studia il tema della migrazione internazionale invita a leggere con lenti diverse da quelle dello scontro ideologico. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Sciortino, ordinario di Sociologia generale al Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell’Università di Trento e studioso di flussi migratori.
Non usa mezzi termini il professore e definisce il "Patto di remigrazione volontaria" che prevede contributi economici in cambio della rinuncia al diritto di soggiorno, una "provocazione". «L'iniziativa è chiaramente provocatoria ed è un tentativo di organizzazioni di estrema destra di crearsi uno spazio», riflette. «Se si tratta di incentivare i rientri volontari, questi ci sono già e si rivolgono a piccoli numeri. Altrimenti, ‘remigrazione’ è solo un modo di dire ‘deportazione coattiva di massa’». Secondo il docente l'enfasi posta sulla remigrazione rischia oltretutto di distogliere l'attenzione, e anche le risorse, dai problemi strutturali che caratterizzano la presenza straniera in Italia e nel territorio trentino. Ricostruendo un percorso storico di questa iniziativa, Sciortino ricorda come non si tratti di un'idea nuova, ma di un riciclo di concetti già visti nelle destre europee. «Già negli anni Sessanta e Settanta la Germania sperimentò politiche per incentivare il rientro dei "lavoratori ospiti" alla fine del boom economico. I risultati, tuttavia, furono fallimentari: quelle politiche di rientro volontarie, e in qualche caso anche un po' meno volontarie, fallirono regolarmente».
«Oggi – prosegue nel suo ragionamento – riproporre quegli stessi schemi appare ancora più difficile: si dovrebbe cambiare la costituzione e molti degli ordinamenti giuridici europei». Il dibattito sulla remigrazione poggia sull'idea di un risparmio economico per il welfare nazionale. Tuttavia, i dati ribaltano questa narrativa. In Italia vivono circa cinque milioni di persone ‘straniere’, spesso residenti da un decennio o più, e ipotizzare un loro allontanamento su larga scala sarebbe, dal punto di vista economico, «una perdita economica secca per il paese». C'è poi un limite generazionale che i promotori della proposta sembrano ignorare: «Oggi ci sono almeno un paio di milioni di nuovi italiani. Si tratta di giovani cresciuti qui, cittadini con passaporto italiano o discendenti di emigrati che rendono queste proposte tecnicamente marginali». Il vero nodo, semmai, è l’ormai noto inverno demografico. L'Italia registra tassi di fecondità tra i più bassi al mondo. In questo scenario, la presenza straniera non è un optional, ma un pilastro: «Senza gli immigrati l'Italia sarebbe ancora più messa male sotto il profilo demografico di come è adesso».
Uno dei cavalli di battaglia della proposta è il timore della “sostituzione etnica”, una tesi che lo studioso definisce vecchia, ciclicamente riproposta contro diversi gruppi, dagli slavi agli islamici. «L'idea che l'arrivo di nuove persone cancelli l'identità locale non tiene conto del fatto che i nuovi arrivati cambiano e si integrano velocemente. I figli degli immigrati frequentano le scuole pubbliche, guardano gli stessi cartoni animati dei coetanei e assorbono i modelli locali. La nostra sgangherata cultura occidentale – ammette – è molto più forte di quanto non sembri». Uno degli errori metodologici e comunicativi più evidenti della proposta di remigrazione è quello di trattare la popolazione straniera come un blocco monolitico. La retorica politica tende a creare un «calderone unico in cui ci sono gli stranieri da un lato e gli italiani dall'altro. In realtà, tra gli stranieri c'è una varietà culturale infinita: cosa hanno in comune una ragazza ucraina e un anziano del Mali?». Tentare espulsioni di massa, come dimostrato dall'amministrazione Trump negli Stati Uniti, si scontra non solo con i tribunali, ma anche con le necessità del mercato: «Negli Usa, perfino gli agricoltori repubblicani hanno protestato quando le espulsioni hanno iniziato a svuotare le fabbriche e le campagne».
Le vere priorità, suggerisce Giuseppe Sciortino, riguardano la qualità della vita e l'integrazione di chi in Italia già vive e lavora. Un primo dato allarmante riguarda gli svantaggi scolastici dei minori stranieri e le difficoltà del sistema educativo nel garantire pari opportunità. «Il sistema scolastico italiano è bravo a includere ma meno a garantire le competenze dei figli delle famiglie straniere». Guardando agli adulti, invece, si registra una vera e propria paralisi sociale. «In Italia, gli stranieri hanno tassi di occupazione più elevati dei nativi, ed è una buona cosa. Ma restano intrappolati in un'inesistente mobilità sociale. A questo si aggiunge la condizione delle donne straniere, caratterizzata in alcune nazionalità da un tasso di occupazione estremamente basso, segnale di una marginalizzazione pericolosa». Questa stasi trasforma il lavoro da strumento di emancipazione a mero mezzo di sussistenza. La sfida non sembra quindi essere quella di decidere chi debba andarsene, ma come garantire dignità e futuro a chi è presente da tempo, magari è nato qui, ha già scelto di restare e contribuire alla società. Come comunità accademica, il compito resta quello di non farsi trascinare dai riflessi condizionati della contestazione fine a se stessa. Senza farsi ossessionare dalle provocazioni, bisogna continuare a cercare di riportare il dibattito sui binari della realtà: quella di un Paese che, per sopravvivere, ha bisogno sia di inclusione sia di legalità.




