Nel mondo del management si parla spesso di strategia, leadership, negoziazione. Più raramente, però, si riesce a far vivere davvero a chi studia che cosa significhi prendere decisioni quando il contesto è instabile, le informazioni sono incomplete e ogni scelta ha un costo: per sé e per gli altri. È da questa esigenza che nasce la ricerca di Anna Rita Irimias, ricercatrice in Economia e gestione delle imprese al Dipartimento di Lettere e Filosofia che insieme ad Ariel Zoltán Mitev dell’Università Corvinus di Budapest ha studiato l’uso di Diplomacy, gioco da tavolo ambientato nell’Europa alla vigilia della Prima guerra mondiale, come strumento didattico nei corsi di management. Il risultato è un’esperienza immersiva in cui gli studenti e le studentesse non si limitano a studiare la strategia: la mettono in pratica, la subiscono, la difendono e poi si interrogano sulle proprie scelte, arrivando anche a comprenderne implicazioni e limiti.
«Attraverso giochi come Diplomacy, gli studenti si trovano in situazioni scomode, difficili da riprodurre in un’aula universitaria. Devono prendere decisioni rapide, spesso con informazioni limitate, e accettare che le loro scelte possano danneggiare gli altri. Questo trasforma l'apprendimento: non stanno più solo studiando la teoria, ma vivono in prima persona le dinamiche del conflitto, sperimentano la pressione, imparano a negoziare e ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni» racconta Irimias. «È proprio questo coinvolgimento diretto che rende l’esperienza così efficace: ciò che accade durante il gioco lascia una traccia molto più profonda rispetto a una lezione tradizionale».
Nel gioco i partecipanti impersonano le sette grandi potenze europee. Devono stringere alleanze, difendere territori e intuire le mosse degli altri, in un contesto che può cambiare rapidamente e in modo imprevedibile. «Diplomacy permette di riscrivere la storia», spiega la coautrice della ricerca. «Le alleanze non devono per forza essere quelle della Prima guerra mondiale: sono gli studenti a decidere con chi collaborare, contro chi muoversi e quale strategia seguire. Questo li obbliga a valutare continuamente le proprie scelte e ad adattarsi alle decisioni degli altri». Con il procedere della partita emergono ruoli diversi: c’è chi guida, chi coordina, chi negozia e chi esegue. Dinamiche che ricordano da vicino quelle che si sviluppano nei contesti organizzativi».
La collaborazione all’interno del gruppo è necessaria, ma non basta. Fuori, gli altri giocatori e giocatrici seguono logiche proprie e non sempre agiscono per il bene comune. «Il gioco non insegna a danneggiare gli altri ma mostra che questo può succedere e che bisogna essere pronti a gestirne le conseguenze. Gli studenti si rendono conto che anche una strategia efficace può avere un costo etico e relazionale». È in questo passaggio che l’esperienza costringe a confrontarsi con un aspetto spesso trascurato dalla teoria, ovvero il fatto che una strategia efficace possa risultare al tempo stesso eticamente scorretta.
Al termine della partita, chi ha partecipato è invitato a riflettere su ciò che ha fatto, su come si è sentito e sulle motivazioni delle proprie scelte. «È emerso che tradire un alleato, a mente fredda, viene percepito come qualcosa di sbagliato. Tuttavia, mentre erano immersi nel gioco, gli studenti si sono calati nel ruolo e hanno agito senza troppi scrupoli, privilegiando il proprio interesse». È in questo scarto tra ciò che si crede e ciò che si fa che l’esperienza si rivela davvero significativa.
Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’attività riguarda proprio il rapporto tra decisioni individuali e contesto. «Questo tipo di esperienza fa capire anche un’altra cosa: a volte ci si trova in situazioni che spingono a comportarsi diversamente dal solito, e ci si ritrova a fare cose che normalmente non si farebbero. Spesso è il contesto a orientare le decisioni, più di quanto immaginiamo. Accorgersene è importante, perché aiuta a non interpretare tutto come un attacco personale e a leggere meglio anche il comportamento degli altri». Questa consapevolezza risulta fondamentale non solo in ambito professionale, ma anche nelle relazioni quotidiane. Queste dinamiche, infatti, si riflettono anche sul piano personale. «È importante capire che anche i conflitti si possono superare: si può chiarire, fare pace, riflettere insieme. E che anche l’altra persona, magari, prova disagio o è consapevole di quello che ha fatto. Questo permette di andare oltre l’episodio e di costruire relazioni più consapevoli». Il gioco, quindi, non si limita a simulare scenari competitivi, ma apre uno spazio di confronto sulle emozioni e sui comportamenti.
In questo senso, l’esperienza non si esaurisce nel gioco, ma apre una riflessione più ampia sul ruolo dell’università. Le dinamiche emerse durante la simulazione mostrano l’utilità di contesti in cui sia possibile confrontarsi con l’errore e con le conseguenze delle proprie azioni. «L’università dovrebbe essere uno spazio in cui si può anche sbagliare. Fallire non è qualcosa da evitare a tutti i costi: fa parte del processo. Non si può sempre vincere o essere i migliori, e anche nei percorsi di successo ci sono scelte che funzionano e altre no. Spesso è proprio da quelle che si impara di più». Per questo, conclude Anna Irimias, esperienze come questa risultano particolarmente preziose: «Mettono gli studenti e le studentesse davanti a situazioni meno lineari, in cui devono gestire incertezza, responsabilità e relazioni. È un modo per prepararli non solo a prendere decisioni, ma a comprenderne davvero le conseguenze».




