Laboratorio di Fisica atomica e molecolare del Dipartimento di Fisica; in foto Paolo Tosi responsabile del laboratorio con Matteo Ceppelli ©UniTrento ph.Alessio Coser

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Nucleare, oltre il tabù

Crisi energetica e scenari globali rilanciano il tema. Il fisico Paolo Tosi: «Via i pregiudizi dal dibattito»

21 aprile 2026
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Lorenza Liandru
Supporto alle Relazioni Istituzionali

L'instabilità in Medio Oriente e la chiusura dello Stretto di Hormuz hanno riportato al centro del dibattito la fragilità energetica italiana, rilanciando l'ipotesi del nucleare come soluzione per l'autonomia e la stabilità dei prezzi. Un ritorno all'atomo che si intreccia inevitabilmente con la grande partita della transizione energetica e con la necessità di ridurre le emissioni di carbonio. La discussione si riapre in un momento simbolico: siamo alla vigilia del quarantesimo anniversario di Chernobyl. Il disastro del 26 aprile 1986 segnò profondamente la coscienza collettiva e spinse l'Italia, attraverso il referendum del 1987, a voltare le spalle all'energia nucleare. Oggi quel capitolo potrebbe riaprirsi. Per fare il punto su prospettive e criticità di un possibile ritorno al nucleare, abbiamo intervistato Paolo Tosi, professore di Fisica sperimentale della materia al Dipartimento di Fisica dell’Università di Trento.

Professor Tosi, il ritorno del nucleare nel dibattito pubblico sembra smentire l'idea che il futuro possa essere 100% rinnovabile. Perché le energie rinnovabili non possono coprire l’intero fabbisogno energetico?

«Alcuni sostengono, a mio avviso con eccessivo ottimismo, che le rinnovabili possano rimpiazzare del tutto carbone e petrolio. Ma la realtà è più complessa. Le principali fonti rinnovabili, come solare ed eolico, producono elettricità e il loro uso su larga scala implica una forte elettrificazione della società. Oggi però l’energia elettrica copre solo il 20-25% dei consumi europei. A questo si aggiunge la variabilità: né sole né vento sono costanti. L’attuale difficoltà di accumulare grandi quantità di energia elettrica rende impossibile affidarsi solo alle rinnovabili: una quota di produzione continua resta necessaria per compensarne l’intermittenza».

Spesso la Spagna viene citata come esempio virtuoso nel campo delle energie rinnovabili.

«È vero che in Spagna oltre metà della elettricità proviene da rinnovabili, ma il resto è garantito da gas e nucleare. Altro esempio: la Germania, dopo la chiusura delle centrali nucleari, produce circa un quarto della propria elettricità bruciando carbone. Il nucleare genera emissioni di gas serra nettamente inferiori rispetto ai combustibili fossili e rappresenta, a mio avviso, una risorsa necessaria, accanto alle rinnovabili e a un uso più efficiente dell’energia, per rendere possibile una decarbonizzazione realistica fondata su una crescente elettrificazione dei consumi».

Considerando che l'Italia è fortemente dipendente dall'estero per i combustibili fossili, il nucleare può metterci al riparo dai ricatti geopolitici e dalle crisi di approvvigionamento?

«Per quanto riguarda la sicurezza energetica, il caso italiano è particolarmente significativo: il nostro paese importa il 79% dell’energia che consuma, con evidenti implicazioni per la sicurezza nazionale. L’uranio, combustibile dei reattori nucleari, è geograficamente ben distribuito e il suo approvvigionamento non presenta rischi paragonabili a quelli delle forniture di gas o petrolio. Inoltre, i reattori autofertilizzanti offrono la possibilità di produrre nuovo combustibile mentre generano energia, aumentando ulteriormente la resilienza del sistema».

Perché in Italia il nucleare è considerato un tabù e continua a suscitare diffidenza nell’opinione pubblica?

«Nel nostro paese esiste un forte pregiudizio verso il nucleare, alimentato anche da decenni di disinformazione. I casi di Chernobyl e Fukushima vengono spesso citati in modo impreciso. Chernobyl risale a quarant’ anni fa e coinvolse un reattore sovietico con caratteristiche progettuali oggi impensabili. I reattori moderni sono completamente diversi: dispongono di sistemi di sicurezza passiva e ridondanze multiple che rendono impossibile un incidente analogo. Quanto accaduto a Fukushima nel 2011 non fu un “incidente nucleare” in senso stretto, ma la conseguenza del più potente terremoto mai registrato in Giappone, seguito da uno tsunami devastante. Su 54 reattori allora operativi, solo uno subì danni gravi. Il disastro provocò decine di migliaia di vittime a causa del terremoto e dello tsunami, ma nessun decesso è stato attribuito all’esposizione a radiazioni».

Quando si parla di nucleare, il tema della sicurezza resta centrale. Quanto è sicura l’energia nucleare, alla luce delle tecnologie attualmente disponibili?

«Bisogna innanzitutto intendersi sul concetto di sicurezza: il rischio è un concetto statistico. Nessuno mette in dubbio che il trasporto aereo sia estremamente sicuro, eppure gli incidenti, pur rarissimi, talvolta accadono. Lo stesso vale per l’energia nucleare: il livello di sicurezza raggiunto è altissimo, e la valutazione del rischio deve basarsi su dati e probabilità, non su percezioni. In Europa oggi operano circa un centinaio di reattori nucleari: Incidenti? Zero. Il punto è semplice: il rischio non è mai nullo, ma è talmente basso da essere considerato accettabile, gestibile e immensamente inferiore ai rischi associati ai combustibili fossili».

E per quanto riguarda la gestione delle scorie radioattive?

«È curioso che ci si concentri sul problema delle scorie radioattive delle centrali mentre stocchiamo regolarmente sottoterra quantità enormemente maggiori di rifiuti tossici. Paradossalmente, anche la transizione verde, che richiede grandi quantità dei cosiddetti “materiali critici”, pone rilevanti problemi ambientali, ma di questo si parla raramente. Inoltre, le scorie radioattive non derivano solo dalle centrali nucleari, ma anche da processi industriali e dal settore medico. Rispetto agli usuali materiali tossici di scarto, quelli radioattivi sono molti di meno e sono più compatti. Proprio per questo risultano anche più semplici da gestire. Non esiste un problema tecnico per i rifiuti radioattivi, ma un problema sociale dettato da pregiudizio e scarsa informazione».