La ricerca scientifica nasce spesso dal desiderio di migliorare la vita delle persone. È alimentata dalla curiosità, dalla voglia di esplorare l’ignoto e dalla libertà di inseguire nuove idee. Richiede rigore metodologico, creatività e la capacità di ripartire dopo i fallimenti. In questo senso, non è così diversa dalla danza classica: la costanza degli allenamenti, la disciplina del corpo, la possibilità di inciampare e la forza di rialzarsi. La storia di Silvia Holler attraversa proprio questi due mondi.
Oggi è ricercatrice al Dipartimento di Biologia cellulare, computazionale e integrata dell’Università di Trento e coordina progetti che spaziano dalla diagnostica biomedica alla ricerca di vita oltre la Terra. Ma il suo percorso non è iniziato in laboratorio: prima della scienza c’era la danza. Ballerina professionista a Firenze, dopo un incidente in motorino durante l’ultimo anno delle superiori ha dovuto interrompere la carriera. «Mi sono rotta diverse ossa e ho dovuto ricostruire il mio percorso», racconta. Da quell’esperienza nasce una motivazione nuova: utilizzare la scienza per comprendere e migliorare le condizioni fisiche delle persone.
È così che arriva all’Università di Trento, proprio negli anni in cui nasce il corso di Biotecnologie cellulari e molecolari. Appartiene alla prima generazione di chi ha frequentato quel percorso: è tra le prime persone a laurearsi sia nella triennale che nella magistrale. Dopo il dottorato al Cibio decide di proseguire la propria attività scientifica a Trento, sviluppando linee di ricerca diverse ma profondamente collegate.
Il filo conduttore è lo studio dei sistemi cellulari e dei modelli artificiali che cercano di imitarne il funzionamento. Da un lato, questi sistemi possono aiutare a capire come la vita sia comparsa sulla Terra; dall’altro possono diventare strumenti utili per diagnosticare malattie o monitorare lo stato fisiologico del corpo umano.
Proprio sull’origine della vita si concentra uno dei suoi lavori più recenti, pubblicato sulla rivista ChemSystemsChem e selezionato anche per la copertina del numero di febbraio. L’articolo, scritto insieme alla ricercatrice Pamela Knoll dell’Università di Edimburgo, affronta una questione ancora aperta nella ricerca sulle prime forme di vita: il rapporto tra reazioni biochimiche e ambiente.
«Molti studi sperimentali ricostruiscono in laboratorio reazioni chimiche che potrebbero aver portato alla formazione delle prime protocellule. Tuttavia – spiega – queste reazioni vengono spesso analizzate come se fossero isolate dal contesto naturale». Secondo Holler manca invece un tassello fondamentale: considerare le condizioni ambientali in cui tali processi avrebbero avuto luogo miliardi di anni fa. «Temperature variabili, gradienti di pH, superfici minerali e gradienti chimici nell’ambiente – racconta – possono influenzare profondamente il modo in cui le molecole si organizzano. Integrare biochimica e geologia permette quindi di costruire modelli più realistici dell’origine della vita e, allo stesso tempo, di ipotizzare in quali condizioni essa potrebbe emergere anche su altri pianeti».
Accanto a questa ricerca più fondamentale, Holler lavora anche su applicazioni tecnologiche con ricadute dirette sulla salute. È il caso del progetto europeo Brightir, finanziato dal programma Eic Transition di Horizon Europe, uno dei bandi più competitivi dedicati alla trasformazione dei risultati scientifici in innovazione. «In collaborazione con l’azienda svizzera 4K
È la prima volta che l’Università di Trento vince questo grant. Finanziamenti che pongono il Dipartimento Cibio in primo piano a livello nazionale ed europeo per l’impatto della ricerca in ambito di innovazione tecnologica. A questi si aggiunge l’aggiudicazione del bando “Future of Work” della Fondazione Valorizzazione della ricerca trentina (Fvrt) con il progetto europeo
La sua ricerca continua a esplorare una delle domande più profonde della scienza: che cos’è la vita e come riconoscerla.




