Non basta più solo il gusto. Oggi un vino funziona anche se è giusto. Investire in sostenibilità a 360 gradi, di conseguenza, può portare effetti benefici a tutti gli attori del territorio di produzione. A chi lo abita, perché il paesaggio sarà curato e vivibile; ai produttori, che possono avere effetti positivi sul mercato, soprattutto dal punto di vista dell’export; al turismo, perché una zona con queste caratteristiche avrà sicuramente più appeal.
Cambiamenti climatici, innovazioni tecnologiche e regolamenti europei stanno attraversando il comparto del vino, dove una parola è sempre più centrale: sostenibilità. Non riguarda più solo l’ambiente – aspetto ormai quasi scontato – ma si estende anche agli impatti sociali ed economici della produzione. Temi dei quali si è parlato recentemente anche al convegno “La disciplina delle indicazioni geografiche alla prova della sostenibilità: il caso della filiera vitivinicola”. Ma come si intrecciano i disciplinari che stanno dietro a sigle alle quali ci siamo ormai abituati – come Igt, Doc o Docg – con il tema-chiave della sostenibilità? «Sono ormai strettamente legati», spiega Matteo Ferrari, docente di Diritto agrario e agroalimentare, con la doppia afferenza al Dipartimento Facoltà di Giurisprudenza e al Centro Agricoltura Alimenti Ambiente C3A dell’Università di Trento. «Le denominazioni danno al mercato e ai consumatori informazioni in merito alla qualità del prodotto. Ma la domanda è: cos’è la qualità oggi? Tradizionalmente era soprattutto sensoriale: il sapore del vino che era buono se aveva determinate caratteristiche. Oggi questo concetto si sta espandendo, non coinvolge più soltanto la sfera sensoriale, ma tocca anche l’impatto economico, sociale, ambientale che una produzione ha sul territorio». Nel Nord Europa questa tendenza è ormai chiara. I monopoli dell’area scandinava dedicano interi scaffali ai prodotti sostenibili e la scelta d’acquisto dei consumatori è sempre più orientata dalla sostenibilità.
Questo cambio di paradigma che si sta delineando non può non interrogare i grandi produttori del nostro Paese. Anche alla luce del nuovo regolamento europeo del 2024 sulle indicazioni geografiche, che ha aperto alla possibilità di introdurre, all’interno dei disciplinari del mondo del vino (le sigle che dicevamo sopra: Igt, Doc, Docg) parametri legati alla sostenibilità nelle sue tre dimensioni. «Sulla sostenibilità ambientale – prosegue Ferrari – ci si sta già muovendo da qualche tempo. Adesso ci sono realtà – in particolare le denominazioni molto vocate all’export - che stanno prendendo in considerazione anche parametri legati alla sostenibilità sociale ed economica». Ma di cosa parliamo quando diciamo “sostenibilità sociale ed economica di una produzione vinicola”? La delicata questione, per fare un esempio, legata ai lavoratori stagionali e alla loro regolarizzazione/contrattualizzazione.
Negli ultimi anni, in Italia, sono stati fatti passi importanti soprattutto sul fronte della sostenibilità ambientale. «Le strade possibili - spiega Ferrari - sono due: da un lato una regolamentazione “pubblicistica”, con norme inserite nei disciplinari e valide per tutti i produttori; dall’altro un approccio “privatistico”, basato su adesioni volontarie a sistemi di certificazione». In questo secondo caso entrano in gioco alcuni marchi sempre più diffusi. Tra questi, la certificazione ministeriale Sqnpi (Sistema di qualità nazionale produzione integrata) e lo standard Equalitas (Environmental, Ethical, Economic), che attestano il rispetto di criteri specifici. La loro presenza in etichetta segnala a chi acquista un impegno concreto lungo tutta la filiera.
E il Trentino che strada sta prendendo? Come si sta affrontando questa sfida per un comparto che rappresenta uno dei pilastri dell’economia provinciale? «Diciamo che non c’è ancora una strada precisa, ma c’è la consapevolezza di affrontare questo tema in modo serio», spiega Ferrari. «Le grandi Doc o Docg come Prosecco, Chianti, Valpolicella – come emerso anche durante la due giorni di Convegno – si sono mosse con più decisione perché nell’export questi aspetti fanno la differenza. Per un territorio come il Trentino è giusto valutare attentamente quale possa essere la soluzione migliore, che non è detto sia quella di inserire delle norme specifiche nel disciplinare».
«Su questi argomenti il confronto tra giuristi, genetisti, biologi, patologi vegetali è trasversale e apertissimo perché sono davvero tanti i temi a cavallo tra la parte tecnica e quella giuridica», sottolinea Ferrari. Il convegno dei giorni scorsi è stato un’occasione per capire cosa stanno facendo altri Paesi a vocazione vinicola come Francia e Portogallo. «In Francia, anche grazie alla spinta dell’ente pubblico, in particolare dell’Institut national de l'origine et de la qualité, si spinge già da diversi anni sul tema della sostenibilità ambientale e adesso si sta allargando anche a quella sociale ed economica; il Portogallo non è così avanti, ma ha portato un’esperienza di enoturismo piuttosto simile al modello che vediamo anche in Trentino», conclude Ferrari.
Che cosa significa, allora, dire che un vino è di qualità? Non più soltanto valutarne il gusto, ma considerare ciò che quel vino porta con sé oltre il calice: nei paesaggi, nelle condizioni di lavoro, nella vita delle comunità che lo rendono possibile. In questo senso, la sostenibilità non è un elemento aggiuntivo, ma la nuova misura del valore. Ed è su questo terreno che si giocherà sempre più il futuro della filiera vitivinicola.




