Il voto di Francesca Romani e Maria Romana De Gasperi nel marzo 1946 ©Fondazione Trentina Alcide De Gasperi

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La Repubblica e le sue donne

Madri costituenti, voto femminile, evoluzione dei diritti. L’analisi di Anna Simonati su 80 anni di cammino e prossimi passi

28 maggio 2026
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di Lorenza Liandru
Supporto alle Relazioni istituzionali

Nel 2026 l'Italia celebra l'80° anniversario della Repubblica e del suffragio femminile, avvenuti entrambi nel 1946. A pochi giorni dal 2 giugno, data simbolo di quella doppia svolta, ne parliamo con Anna Simonati, docente di Diritto amministrativo e pubblico, ripercorrendo un cammino in cui il diritto di voto è stato molto più che un traguardo: è stato la chiave che ha reso possibili tutte le conquiste successive.

Professoressa Simonati, il diritto di voto alle donne è stata una conquista lenta e sofferta, soprattutto in Italia. Quali ostacoli culturali e giuridici hanno rallentato il riconoscimento dei diritti politici delle donne tra età liberale e fascismo?

«Le ragioni sono molteplici e si intrecciano tra loro, rendendo difficile una risposta univoca. Il primo ostacolo era di natura culturale: nella mentalità dell'epoca la donna era relegata al ruolo di "angelo del focolare". Il lavoro femminile esisteva, ma veniva tollerato come un male necessario. Anche le leggi del 1902 e del 1907 sul lavoro femminile, apparentemente innovative, riflettevano questa impostazione: la donna era considerata un soggetto debole da proteggere, quasi al pari dei bambini. A questo si aggiungeva un elemento più sottile, di natura tecnico-giuridica: la cultura liberale dell'epoca diffidava dell'intervento dello Stato nella sfera privata, e quindi anche nei rapporti tra uomo e donna. Con il fascismo, infine, i ruoli sono diventati ancora più rigidi e codificati: all'uomo spettava il ruolo di breadwinner, pilastro economico della famiglia; alla donna quello di caregiver, confinata nella casa e nella cura dei figli».

Le limitazioni giuridiche imposte alle donne avevano radici più lontane nel tempo? Esisteva un fondamento teorico che le legittimasse?

«Sì, e il vero convitato di pietra in questa vicenda è il principio della infirmitas sexus, un'eredità del Corpus Iuris Civilis di Giustiniano del VI secolo d.C. Questo principio considerava le donne naturalmente inferiori, deboli e bisognose di protezione, giustificando così la loro estromissione dai ruoli pubblici e la limitazione della loro capacità giuridica. Nel corso dei secoli è stato costantemente ripreso per escludere le donne dall'amministrazione della giustizia, dalla politica e dall'esercizio delle professioni liberali».

Quando e grazie a quali fattori si è prodotta una vera svolta in Italia?

«La vera svolta è relativamente recente e l'impulso decisivo è arrivato con le guerre mondiali e con la Resistenza, contesti in cui le donne hanno dimostrato di poter svolgere un ruolo attivo nella società. Il passaggio cruciale si è poi realizzato nell'Assemblea costituente, dove le donne, nonostante l'esiguità numerica e le diverse appartenenze politiche, hanno agito con straordinaria compattezza per inserire nel testo costituzionale gli articoli più gender friendly».

Quale contributo hanno dato le donne dell'Assemblea costituente alla tutela dei diritti femminili?

«Il contributo delle "madri costituenti" è stato decisivo. È stata Angelina Merlin a introdurre le parole "senza distinzione di sesso" che leggiamo nel comma 1 dell'art. 3 della Costituzione. Teresa Mattei ha voluto aggiungere l'espressione "di fatto" al comma 2 dello stesso articolo, quello che impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini. Ma i riferimenti alla parità tra uomini e donne attraversano tutta la Carta: l'articolo 29 fonda il matrimonio sull'uguaglianza morale e giuridica dei coniugi; l'articolo 37 tutela la donna lavoratrice garantendole parità di diritti e di retribuzione; l'articolo 51 riconosce la parità nell'accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive. Su queste fondamenta si sono costruite le conquiste successive: il pieno accesso delle donne alla magistratura nel 1963 e la riforma del diritto di famiglia nel 1975, solo per fare due esempi».

Quali sono state le principali tappe dell'evoluzione dei diritti delle donne in Italia dopo la Costituzione?

«Il cammino è proseguito su diversi fronti, interessando il diritto penale, quello di famiglia e il diritto del lavoro. Un ruolo cruciale lo ha svolto anche la giurisprudenza: la Cassazione e la Corte costituzionale hanno pronunciato nel tempo sentenze di importanza storica, come quelle che tra il 1968 e il 1969 hanno cancellato il reato di adulterio femminile. E poi la legge 66 del 1996, grazie alla quale la violenza sessuale ha smesso di essere un reato contro la morale per diventare un delitto contro la persona. In anni più recenti, nel 2006, il Codice delle pari opportunità ha raccolto e riorganizzato le norme contro le discriminazioni, introducendo le azioni positive: misure temporanee che derogano all'uguaglianza formale per realizzare quella sostanziale. Non dimentichiamo, inoltre, l'influenza del diritto europeo sulla normativa italiana in materia di pari opportunità: è stata profonda e, in molti casi, decisiva».

Guardando al futuro, quali sono le nuove frontiere giuridiche dell'uguaglianza?

«Identifico tre sfide principali. La prima è sviluppare consapevolezza: dobbiamo comprendere che la parità di genere non è un vezzo né un privilegio concesso alle donne, ma un principio costituzionale cogente. La seconda riguarda l'effettività della tutela, e qui sono cautamente ottimista: negli ultimi decenni è stata la società stessa a dotarsi di strumenti che, pur privi di valore giuridico vincolante, influenzano concretamente i comportamenti sociali e aziendali, incoraggiando buone pratiche in materia di pari opportunità. La terza frontiera è quella della misurazione: come valutare il livello reale di parità raggiunto? Non è semplice, ma esistono strumenti utili come il Global Gender Gap Index e il Bilancio di Genere. Tutte le riforme normative, però, restano insufficienti senza una svolta culturale. Occorre superare gli stereotipi che relegano donne e uomini a ruoli distinti e impermeabili. La parità di genere non è un vantaggio dato alle donne: è un miglioramento per l'intera collettività, che libera da discriminazioni anche gli uomini».