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Se il debito soffoca la mente

Stress da insolvenza, redditi bloccati, difficoltà a risparmiare: quali strumenti? Conversazione con l’economista Matteo Ploner

3 giugno 2026
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di Jacopo Tomasi
giornalista, Ufficio Web e Social media

Le famiglie italiane sono le meno indebitate d’Europa, ma i redditi stagnanti e il diffuso pessimismo sul futuro tracciano uno scenario complesso. In prospettiva, sempre più nuclei familiari rischiano di scivolare nella vulnerabilità finanziaria. Di fronte a questo scenario, la risposta del welfare deve limitarsi a interventi liquidi o aprirsi a percorsi di accompagnamento sociale? Ad Arnhem, nei Paesi Bassi, un innovativo esperimento pubblico ha scelto la seconda via, integrando la cancellazione del debito a percorsi di reinserimento coordinati dai Servizi sociali. «Chi è molto indebitato entra in una spirale che lo porta ad avere un forte stress, capacità cognitive ridotte e un alto rischio di problemi di salute mentale», spiega Matteo Ploner, professore ordinario di Economia all’Università di Trento. «L’esperienza nederlandese è sicuramente interessante, perché mette la persona al centro e offre un accompagnamento sociale, ma bisogna valutarne anche le ricadute su larga scala».

Professor Ploner, partiamo dal "paradosso italiano": un tasso di indebitamento privato tra i più bassi d'Europa, ma forte pessimismo per il futuro. Come si spiega questa specificità?

«L’Italia vanta una solida tradizione di risparmio familiare: sebbene la propensione sia scesa dal 20 per cento degli anni Ottanta all’odierno 9 per cento circa, resta un dato superiore alla media continentale. A questo si aggiunge la centralità del patrimonio immobiliare. La ricchezza privata italiana è storicamente imperniata sulla proprietà della casa, un bene che si tramanda spesso di generazione in generazione e che ha finora protetto i nuclei familiari dal ricorso al debito. Ma il contesto sta rapidamente cambiando».

Da qui deriva dunque questo pessimismo?

«Deriva, probabilmente, da margini di sicurezza rigidi e in erosione. Avendo concentrato la ricchezza negli immobili, le famiglie dispongono di poche risorse facilmente svincolabili. Di fronte a spese impreviste o shock finanziari, la mancanza di asset liquidi genera un’elevata vulnerabilità percepita. A questo si aggiunga la stagnazione dei redditi che determina una progressiva compressione della capacità di risparmio delle famiglie».

Dal punto di vista dell'economia comportamentale, suo principale ambito di ricerca, in che modo lo "stress da debito" altera i processi decisionali individuali?

«È un nodo cruciale. Gli studi sulla cosiddetta scarcity mindset (mentalità della scarsità, ossia convinzione di non avere abbastanza risorse, ndr) – penso ai lavori di Mullainathan, Shafir, Mani e Zhao – dimostrano che la povertà e l'indebitamento generano una vera e propria spirale cognitiva. Quando le risorse sono gravemente insufficienti, l'individuo è costretto ad allocare l'intera capacità attentiva e mentale sull'urgenza immediata, entrando in un loop che riduce il quoziente intellettivo fluido e le facoltà cognitive generali. Questo stato di costante soffocamento produce ansia, depressione e stress psicofisico, impedendo di fatto l'elaborazione di strategie lucide e di lungo periodo per uscire dallo stato di crisi».

Un esperimento messo in campo nei Paesi Bassi, ad Arnhem, muove proprio da qui: azzerare il debito in cambio di un percorso di co-progettazione sociale che mette al centro la persona. È un modello sostenibile o rischia di alimentare quello che si chiama moral hazard (azzardo morale)?

«La critica legata all'azzardo morale è legittima, ma va ridimensionata. L'approccio olandese supera la colpevolizzazione del debitore – non a caso in tedesco Schuld significa colpa e Schulden debito – per concentrarsi sulle cause sistemiche. Le situazioni di insolvenza più gravi raramente dipendono da consumi sconsiderati; derivano più spesso da shock esogeni, come investimenti andati male o crisi impreviste, si pensi agli effetti della pandemia. L’efficacia del progetto non risiede nel mero assistenzialismo del "coprire il debito", ma nel percorso di recupero della dignità e di reinserimento sociale. L’accompagnamento è la vera chiave per evitare che il soggetto ricada nella medesima trappola».

Quali sono gli strumenti di cui disponiamo in Italia per far fronte a queste situazioni di indebitamento?

«In Italia disponiamo di tutele finanziarie come l'Organismo di composizione della crisi (Occ), il Fondo Gasparrini che, in casi specifici, può prevedere la sospensione del mutuo per la prima casa, e la Legge sul sovraindebitamento (Legge 3/2012, ora confluita nel Codice della crisi d'impresa e dell’insolvenza). Strumenti prevalentemente di natura tecnica e finanziaria. Manca, però, una presa in carico del soggetto in difficoltà. Poiché la perdita di potere d’acquisto dei salari costringerà molte famiglie a intaccare i patrimoni accumulati per finanziare i consumi, il tema del debito privato diventerà sempre più pressante anche da noi. Sarà quindi strategico strutturare tutele che vadano oltre il saldo contabile, considerando anche gli aspetti cognitivi e sociali. Certo, l'esperienza di Arnhem è stata condotta su scala di quartiere; la scalabilità su base nazionale deve fare i conti con evidenti vincoli di bilancio pubblico. Tuttavia, l'idea di affiancare un tutoraggio sociale alla ristrutturazione del debito è una strada da valutare».

In questo contesto, che ruolo può giocare l'alfabetizzazione finanziaria all'interno delle scuole, delle università e della società?

«Un ruolo fondamentale, sebbene complesso. Viviamo in un sistema economico in cui il marketing strategico è strutturato per indurre bisogni continui. A ciò si somma il present bias, ovvero la tendenza psicologica a preferire una gratificazione immediata rispetto a un beneficio futuro più consistente. L'educazione finanziaria non deve limitarsi a spiegare l'aspetto tecnico, come ad esempio il meccanismo degli interessi composti nei finanziamenti, ma deve decodificare i bias comportamentali e rendere i cittadini consapevoli delle profonde ripercussioni psico-fisiche e sociali che una gestione insostenibile del debito comporta».