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L’architettura dell’autismo

Verso uno studio sempre più personalizzato. Prosegue il lavoro di approfondimento sulle diverse tipologie

11 giugno 2026
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di Elisabetta Brunelli
giornalista, Ufficio Stampa e Relazioni esterne

Tanti i lavori scientifici che negli anni hanno svolto insieme. Sono vicini di laboratorio, a Rovereto, ma sono soprattutto partner di ricerche per una comprensione sempre migliore del cervello e dei suoi meccanismi, di cosa succede quando si verifica qualche alterazione e di possibili soluzioni terapeutiche per ripristinare la piena funzionalità nelle connessioni neurali. Yuri Bozzi, direttore del Centro interdipartimentale Mente/Cervello dell’Università di Trento e Alessandro Gozzi, direttore del Center for Neuroscience and Cognitive Systems dell’Istituto italiano di Tecnologia, hanno condiviso anche vari studi sulle neurodivergenze. Il più recente è un lavoro internazionale che apre una via nuova per entrare nell’architettura complessa dell’autismo.

Non è un caso che si parli di spettro autistico. Proprio perché le manifestazioni sono molto diverse, da quelle più marcate e intense a quelle sfumate, quasi impercettibili nell’interazione e comunicazione sociale, nei comportamenti, nei movimenti e negli interessi. L’articolo pubblicato ora sulla rivista “Nature Neuroscience” offre una visita guidata esclusiva alla conoscenza dell’autismo e ai suoi principali sottotipi.

Il lavoro è frutto del gruppo di ricerca internazionale, coordinato dall’Istituto italiano di Tecnologia a Rovereto con Alessandro Gozzi e Marco Pagani e dal Child Mind Institute a New York con Adriana Di Martino. L’Università ha collaborato con Yuri Bozzi (Centro interdipartimentale Mente/Cervello) e Giovanni Provenzano (Dipartimento di Biologia cellulare, computazionale e integrata).

«UniTrento ha messo a disposizione modelli e conoscenza maturata sul ruolo dell’infiammazione cerebrale nell’autismo», commenta Yuri Bozzi, che l’anno scorso aveva firmato uno studio pre-clinico sul legame tra lo stato di alterazione del cervelletto e la manifestazione di disturbi comportamentali nell’autismo dimostrando anche i potenziali benefici di un trattamento terapeutico a base di N-acetilcisteina, un farmaco anti-infiammatorio.

«Dopo l’articolo del 2025 sul ruolo dell’infiammazione cerebrale, abbiamo continuato ad approfondire la questione per comprendere sempre meglio le varie tipologie dello spettro autistico. Lo scopo è arrivare nei prossimi anni a una diagnosi e a una gestione sempre più precisa e personalizzata delle persone con autismo», racconta Bozzi.

Identificare la tipologia di autismo è infatti un passaggio imprescindibile per individuare la risposta più adatta. «In assenza di una caratterizzazione precisa e personalizzata dei vari sottotipi, risulta molto difficile attuare interventi terapeutici mirati, che vadano ad esempio a ristabilire un corretto funzionamento di specifici circuiti cerebrali oppure del sistema immunitario», chiarisce.

Il collegamento tra base biologica ed eterogeneità delle manifestazioni autistiche era stato ipotizzato, ma il nuovo studio l’ha effettivamente dimostrato attraverso studi di risonanza magnetica funzionale (fMRI). Emerge che è possibile individuare almeno due sottotipi predominanti di autismo, sulla base del numero e della forma delle connessioni tra aree del cervello.

«Il sottotipo “ipoconnesso” è associato a disfunzioni delle sinapsi e quello “iperconnesso” riflette alterazioni trascrizionali e immunologiche. All’origine delle due tipologie ci sono distinte architetture di rete funzionale e di profili comportamentali. Le scansioni cerebrali hanno infatti rivelato una diversa biologia di base. Il collegamento tra specifici modelli di connettività cerebrale nell’autismo e differenti meccanismi molecolari ed espressioni geniche sottostanti offre una tappa da cui partire per sviluppare in futuro approcci sempre più personalizzati», conclude Bozzi.