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Quando la scrittura tiene in vita

Dalle carceri dell’Antico Regime ai giorni nostri, per comunicare e lasciare un segno

17 giugno 2026
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di Sara Carneri
Ufficio Eventi

«La scrittura in carcere testimonia da sempre l'urgenza di comunicare. Si scrive anche solo per dire a sé stessi "sono in vita, sono qui". E per parlare idealmente con l’esterno. Nell’isolamento totale a cui erano costretti alcuni prigionieri – ad esempio chi si era macchiato del reato di spionaggio o nel contesto della persecuzione di natura religiosa contro gli ugonotti, calvinisti di Francia – scrivere aiutava a non impazzire, a tenere traccia del tempo, a lasciare un segno». Per capire dove e con cosa i detenuti riuscissero a scrivere, o a quali condizioni fosse possibile procurarsi o fabbricare dell'inchiostro abbiamo chiesto a Serena Luzzi, docente di Storia moderna e contemporanea al Dipartimento di Lettere e Filosofia, di raccontarci cosa emerge dagli studi della cultura materiale in un contesto carcerario di fine ‘600 e inizio ‘700 e quali tracce arrivano a noi. Di cosa ci parlano queste testimonianze?

«Nel corso delle mie ricerche sugli archivi privati mi sono imbattuta in un quaderno di stoffa scritto a mano. Un manufatto raro, denso di significati anche emotivi. Questo quaderno veniva dalla “prigione di stato” di Vincennes, a pochi chilometri da Parigi. Apparteneva a un prigioniero che in quelle carceri era stato costretto in totale isolamento, accusato di attività di spionaggio a favore del nemico». I fogli non sono di carta, bensì di stoffa. Che siano ritagli di camicie, lenzuola o biancheria intima non è dato sapere. Quel prigioniero era Ferdinando Carlo Thun, discendente di un ramo “povero” della casata Thun, che finirà la sua vita in Francia, condannato per spionaggio al totale isolamento. «Questo quaderno di stoffa è una preziosa testimonianza materiale della vita e della drammatica esperienza carceraria del conte Thun».

Ferdinando Carlo Thun aveva trascorso lunghi anni in cella, poco distante da un prigioniero ugonotto, anch’egli condannato all’isolamento totale. Ciò nonostante, i due riuscirono a comunicare con strategie che hanno dell’incredibile: usarono chiodi per incidere delle pietre e, talvolta, tracce di saliva, “scrivendo” in un alfabeto segreto. «Le pietre passavano dall’uno all’altro con la complicità di una guardia corrotta in cambio della promessa di una ricompensa», racconta Serena Luzzi che sulla vita del conte ha pubblicato anche un libro, Il cacciatore di corte. Una vita ribelle nell'Europa del Seicento, edito da Laterza. E di recente ha tenuto il seminario “Scritture dal carcere”, nell’ambito del ciclo “Scrittura e lettura, dalle fonti alla conoscenza” organizzato da Adriana Paolini, all’interno delle iniziative del corso di dottorato in Culture d'Europa. Ambiente, spazi, storie, arti, idee.

«Quel prigioniero ugonotto, chiuso in carcere per motivi religiosi, incise una preghiera. Tanto è profondo il segno dell’incisione da trasmettere la fatica e l’urgenza della scrittura. In questi versi si nascondono alcune, poche parole riconducibili al suo credo religioso nonostante l’avesse dovuto rinnegare in favore del cattolicesimo. In quella cella, quest’uomo era riuscito a recuperare la sua identità religiosa. Re Sole non lo vede, nessuno può capire e interpretare. È un atto che dice moltissimo della necessità di comunicare - prosegue Luzzi – e perciò vale la pena conservare, studiare e ricordare questi manufatti. Parlano di una storia del carcere. Di una storia della giustizia. Di una storia sociale».

Rileggendo Il conte di Montecristo – ricorda la professoressa - c’è una pagina celeberrima in cui Dumas si sofferma sull’inventiva dell’abate Faria nello scrivere alcune opere utilizzando gli strumenti più vari. Incalzato da Edmond Dantès elenca: penne ricavate da cartilagini di pesce, un temperino modellato da un candeliere, inchiostro ottenuto con la fuliggine. «I critici letterari hanno spesso liquidato questi dettagli come pura invenzione romanzesca o frutto della "fantasia fertile" di Dumas. Mentre Dumas non inventa niente. Si era documentato accuratamente sulla reale cultura materiale carceraria dell'epoca. Aveva letto resoconti storici e utilizzato informazioni reali per costruire il personaggio dell'abate Faria. L’inventiva e l’intraprendenza umana, se ci pensiamo, superano anche i limiti dell’isolamento».

Era possibile procurarsi dell’inchiostro? Come veniva prodotto? «L'inchiostro poteva essere fabbricato all’interno della cella, con un po’ di difficoltà. Oppure fornito da una guardia, magari corrotta. C’erano molti modi per confezionare una sorta di inchiostro. Alla Bastiglia, ad esempio, veniva usato anche il sangue, come forma estrema di protesta. O ancora l'urina mescolata alla cenere di un piccolo caminetto. Questo miscuglio permetteva di ottenere un composto abbastanza duraturo e resistente al tempo. Sono modalità di scrittura che testimoniano l'intraprendenza umana anche in situazioni estreme», racconta Luzzi.

Altrove ci sono esempi altrettanto rilevanti. «Sotto l’inquisizione spagnola, in Messico, i prigionieri impiegavano giornate intere per incidere una frase su un nocciolo di avocado. Era un tempo in cui facilmente potevi finire in carcere senza saperne il motivo, senza processo, senza poter avvertire qualcuno. In queste condizioni è chiara la necessità di poter dire qualcosa di sé». Perfino una banana, o dell’altra frutta, poteva nascondere un messaggio nella speranza che potesse oltrepassare il silenzio della cella e arrivare, anche solo idealmente, all’esterno.

Per rimanere a noi, nell’ex carcere di Palermo – situato all'interno di Palazzo Chiaramonte-Steri, poi ristrutturato e reso visitabile – ci sono delle raffigurazioni sorprendenti che coprono intere pareti, di cui è perfino difficile interpretare il contenuto. Ma veniamo a Trento. Il carcere di via Pilati, chiuso soltanto nel 2010, custodisce ancora vissuti, memorie e piccole storie individuali. Chi ci è entrato racconta di pareti ricoperte di scritte e graffiti. È la dimostrazione fisica di quanto l’isolamento esasperi il bisogno di lasciare un’impronta. «Non c’è carcere senza iscrizioni. Scrivere e comunicare sono necessità interiori», conclude la docente.