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La misura del cambiamento

Crisi climatica: scenario meno catastrofico, ma la partita resta aperta. Il punto con Simona Bordoni

30 luglio 2026
Versione stampabile
di Swami Agosta
Studentessa collaboratrice Ufficio stampa e Relazioni esterne

Di cambiamento climatico se ne parla da anni e se nel tempo siamo riusciti a farlo così bene è anche grazie ai passi da gigante compiuti in materia di raccolta, analisi e divulgazione dei dati sul sistema Terra. Come ogni anno il Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine, attraverso il Servizio per il Cambiamento climatico Copernicus ed in collaborazione con l’Organizzazione meteorologica mondiale, ha pubblicato l’European state of the climate. Il rapporto, scritto grazie al lavoro di circa cento scienziati, offre una panoramica completa dei principali cambiamenti negli indicatori climatici del continente. Per interpretare al meglio questi dati e riflettere sulla condizione europea in materia di riscaldamento globale UniTrentoMag intervista Simona Bordoni, docente dell’Università di Trento ed esperta di cambiamento climatico.

L’Europa si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale, registrando un aumento di circa 0,56 °C per decennio. Questo è solo uno dei dati raccolti nell’European state of the climate 2025, il rapporto annuale del Servizio per il Cambiamento climatico Copernicus e dell’Organizzazione meteorologica mondiale. Il documento fornisce un’analisi dettagliata di numerose variabili ambientali: dalle temperature allo stato dei ghiacciai, dall’umidità del suolo al rischio incendi fino alla salute dei mari. Il rapporto fotografa uno stato di crisi globale in cui il 2025 si è imposto come il terzo anno più caldo in assoluto e si registra un innalzamento medio della temperatura di 1,4 °C rispetto all’era preindustriale.

In questo scenario complesso emergono però anche segnali positivi. Per la prima volta il report dedica un capitolo specifico alle energie rinnovabili, misurando gli impatti concreti della transizione energetica. Nel 2025, il 46,4% dell’energia elettrica europea è stato generato da fonti rinnovabili. Eolico e fotovoltaico hanno prodotto complessivamente più elettricità dei combustibili fossili: il settore fotovoltaico da solo ha generato il 12,5% dell’elettricità europea. «Questo traguardo è il risultato di investimenti mirati, innovazione tecnologica e politiche di sostegno – afferma Simona Bordoni (nella foto ©UniTrento ph. Giovanni Cavulli), professoressa del Dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e meccanica dell’Università di Trento – Dimostra chiaramente che i risultati possono arrivare quando ricerca, industria e istituzioni convergono verso i medesimi obiettivi».

Un altro filone centrale del report riguarda la tutela degli ecosistemi marini, prendendo come esempio la Posidonia oceanica nel Mediterraneo. Le praterie di questa pianta acquatica sono veri e propri polmoni blu: fungono da potenti pozzi di assorbimento capaci di trattenere la CO2 a lungo termine e, allo stesso tempo, attenuano la forza delle mareggiate riducendo l'erosione costiera ed aumentando la resilienza delle coste agli eventi estremi. «L'attenzione dedicata dal report alla Posidonia sottolinea un concetto fondamentale: biodiversità e cambiamento climatico non sono due sfide distinte – spiega Bordoni – Ecosistemi sani rendono il territorio resiliente agli eventi estremi e contribuiscono alla mitigazione del cambiamento climatico attraverso l’assorbimento e lo stoccaggio del carbonio. Investire nella tutela della natura significa, in ultima analisi, investire anche nel benessere della nostra società».

Se oggi la scienza riesce a supportare la gestione di queste emergenze, il merito va a un'evoluzione tecnologica che permette di monitorare quasi in tempo reale variabili complesse come l'umidità del suolo o il rischio di incendi. Questa enorme disponibilità di dati, tuttavia, acquisisce un valore reale solo quando viene resa comprensibile ad un pubblico più ampio. «Il progresso più significativo è stato compiuto proprio sul fronte della comunicazione scientifica. I primi rapporti risentivano di un linguaggio forse troppo cauto, dovuto al rigore di noi ricercatori nel voler comunicare ogni margine di incertezza. Oggi, invece, la presentazione dei dati affianca al rigore scientifico strumenti di visualizzazione di dati all’avanguardia. Grazie a una rappresentazione grafica più intuitiva, le informazioni non sono più ad uso esclusivo della comunità scientifica, ma sono diventate pienamente accessibili a tutti».

La disponibilità di dati così trasparenti è fondamentale anche per valutare l'attendibilità dei modelli climatici sul futuro del pianeta. Tra gli strumenti usati dagli scienziati vi sono gli scenari di emissione e di sviluppo socio-economico, noti come Rcp e più recentemente Ssp, elaborati per descrivere possibili evoluzioni future delle emissioni di gas serra e dei loro effetti sul riscaldamento globale. Questi scenari consentono di simulare come potrebbe cambiare il clima terrestre in funzione delle scelte politiche, economiche e tecnologiche dell’umanità. Proprio il continuo confronto tra queste proiezioni e i dati osservati permette di valutarne l’attendibilità e di aggiornarle nel tempo. Secondo alcuni studi recenti, lo scenario emissivo più estremo, noto come Rcp 8.5 (o Ssp5-8.5), che prevedeva un aumento delle temperature medie globali compreso tra 3,5 e 5,5 °C entro il 2100, è oggi considerato meno plausibile.

«Si tratta senza dubbio di un segnale positivo», osserva Bordoni. «Questo riflette il fatto che il sistema energetico mondiale si è evoluto in modo diverso da quanto ipotizzato nello scenario più estremo: la diffusione delle energie rinnovabili, l'innovazione tecnologica e le politiche climatiche adottate in molti paesi hanno contribuito a ridurre la probabilità di seguire quella traiettoria». La transizione è ormai avviata ed in alcuni settori iniziamo già a osservarne risultati concreti, ma questo non significa aver risolto l'emergenza. «Con le politiche attualmente in vigore non siamo ancora sulla traiettoria compatibile con gli obiettivi dell'Accordo di Parigi. L’obiettivo dell’Accordo non è semplicemente evitare lo scenario peggiore, ma mantenere il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 °C rispetto all’epoca preindustriale e proseguire gli sforzi per limitarlo a 1,5°C. Raggiungere questi obiettivi richiede una riduzione delle emissioni un’accelerazione significativa nella riduzione delle emissioni. Ogni decimo di grado conta, perché aumenta la probabilità e l’intensità di ondate di calore, siccità, precipitazioni intense e altri fenomeni estremi».

La partita per il futuro rimane quindi aperta. «La crisi climatica resta la sfida cruciale della nostra epoca, e la risposta sta nell'applicare le soluzioni esistenti con rapidità e capillarità», conclude Simona Bordoni. «Quando utilizziamo i modelli e gli scenari climatici per tracciare l'evoluzione del clima, dobbiamo ricordare che descrivono futuri possibili e non un destino inevitabile. Saranno le nostre scelte, individuali e collettive, a determinare quali di questi futuri diventerà realtà».