Trento vista dall'alto ©Giovanni Cavulli

Ricerca

Casa, città, comunità

Abitare in Trentino, tra caro affitti, turistificazione e trasformazioni urbane. L'analisi di Andrea Mubi Brighenti

9 settembre 2026
Versione stampabile
di Lorenza Liandru
Supporto alle Relazioni Istituzionali

Settembre. Nelle vie del centro storico di Trento si vedono sempre meno turisti e sempre più persone che qui studiano o lavorano: la città torna a popolarsi dei suoi abitanti… o aspiranti tali. Perché trovare casa, oggi, è tutt'altro che semplice: gli affitti crescono, i prezzi di acquisto si allontanano dai redditi, gli affitti brevi e la turistificazione stanno cambiando il volto della città. Così giovani, studenti e famiglie si contendono un bene sempre più difficile da trovare: una casa accessibile. «La crisi abitativa è parte di un fenomeno più ampio, ovvero la crisi della funzione dello spazio pubblico, cioè della città come bene comune». Inizia così la riflessione di Andrea Mubi Brighenti, docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi al Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell'Università di Trento e da anni studioso della vita urbana. La sua è un’analisi fuori dagli schemi: non mira a snocciolare dati né a offrire pronte soluzioni. Piuttosto, ci invita a mettere in discussione lo status quo e a porci delle domande.

Partiamo da qui: perché la crisi della casa è, prima di tutto, una crisi dello spazio pubblico?

«In questo periodo di grandi trasformazioni tutti gli spazi della vita collettiva sembrano in sofferenza, su scala sia interazionale, sia nazionale, sia locale. Sono mutamenti che toccano da vicino la nostra idea di abitare e di convivenza civile. La nota positiva è che sta emergendo una consapevolezza diffusa, magari non ancora del tutto strutturata, eppure concretamente avvertita sulla pelle. Che si tratti dello studente in cerca di un alloggio, della famiglia che fatica a ottenere un mutuo, o il commerciante che combatte per tenere aperta la propria attività, tutti hanno esperienza più o meno diretta di una diffusa difficoltà dello spazio urbano. Potremmo trovare qui il punto di partenza per un dibattito politico, intendo non partitico ma di ampio respiro culturale, per far dialogare competenze e punti di vista differenti».

Perché è così importante parlarne, discuterne apertamente?

«Il nostro immaginario sociale si è piuttosto impoverito. Mark Fisher ha utilizzato ironicamente l’espressione "realismo capitalista", facendo il verso al “realismo socialista” di epoca sovietica. In ogni caso, il punto è quanto possiamo testare i limiti di ciò che riteniamo “realistico”. Si potrebbe cominciare ad esempio proponendo una serie di piccoli esercizi pratici: dove voglio andare, con chi, per fare cosa, dal momento in cui esco dalla mia cameretta sino a quando giungo in piazza o al lavoro. Tra la casa e lo spazio pubblico c'è una continuità di soglie visibili e invisibili: cosa dà valore a questo luogo dove mi trovo? Perché invece quest’altro luogo per me non ha valore, o ha un valore negativo? Si tratta proprio di fare delle liste, che potrebbero risultare più interessanti di quel che si pensa. Magari si vedrebbe che i desideri non sono solo di tipo economico, ma che i processi di valorizzazione dei luoghi hanno a che vedere con una varietà di fonti di esperienza»

Può farci un esempio concreto, magari partendo proprio da Trento?

«Trento, negli ultimi decenni, è diventata una meta turistica, cosa che tradizionalmente non era mai stata. Questa trasformazione è stata voluta, ma non ne sono state previste tutte le conseguenze. Basta guardare ad altri luoghi, come Venezia, Barcellona o anche, più vicino a noi, l'Alto Garda e Madonna di Campiglio, per vedere pienamente gli effetti della “turistificazione”. Se quel modello alla fine crea più scontenti che altro, perché non si può ripensare? L’argomento economico non può essere l’unico ammesso, specialmente se poi si scopre, attraverso ricerche approfondite, che anche chi in teoria è avvantaggiato dal modello non vive bene. Negli anni Settanta, il geografo Henri Lefebvre parlava di "diritto alla città", che potremmo oggi estendere a un “diritto al territorio”: ogni diritto implica tanto una condivisione quanto delle responsabilità».

Da dove si può partire per immaginare un modello diverso?

«Da ricercatore penso che dovremmo fare un’analisi basata sui dati, includendo quindi non solo i trend statistici ma anche le esperienze degli abitanti. Bruno Latour, ad esempio, ha proposto di analizzare i territori sulla base delle “dipendenze”. Provare a fare un inventario dei soggetti e delle risorse da cui si dipende può essere un primo passo utile per far emergere non solo condizionamenti economici, ma anche legami istituzionali, relazionali, affettivi con i luoghi e gli spazi che abitiamo. Chiedere ad esempio ai cittadini di tenere un diario delle proprie abitudini e della quotidiana "battaglia per arrivare a fine mese" farebbe affiorare spunti del tutto inattesi».

Guardando fuori dai confini italiani, ci sono esperienze internazionali che possono aiutarci a capire come dare voce a chi abita la città?

«Ce ne sono molte. In questi giorni sto leggendo un libro del ricercatore e consigliere francese Ulysse Rabaté, che lavora sulle periferie popolari. Per quanto la sua realtà sia ben diversa da quella di una città di provincia benestante come la nostra, la sua prospettiva resta molto interessante. Rabaté, infatti, analizza il legame tra attivismo territoriale e istituzioni, mostrando come i quartieri periferici non siano affatto “vuoti” sul piano politico, ma bensì animati da forme di partecipazione spesso invisibili o comunque sottovalutate da parte del sistema istituzionale. Rabaté ha coniato così l’espressione streetologie, "scienza della strada" al fine di tradurre questi linguaggi politici alternativi nelle sedi della rappresentanza istituzionale.»

Quindi la chiave è ritrovare un ascolto autentico del territorio?

«Credo sia importante creare degli spazi e dei tempi in cui le persone si possano confrontare. Oggi ci manca l'agio di una riflessione di ampio respiro perché siamo schiacciati dalle impellenze della sopravvivenza quotidiana. Ma per costruire un modello nuovo un lusso di spazi e tempi adeguati è necessario».