Le piste da sci non sono solo luoghi di svago e divertimento, ma spazi complessi in cui convivono interessi economici, regole giuridiche e comportamenti individuali. Negli ultimi anni, complici l’aumento di chi pratica sport invernali, l’evoluzione delle attrezzature e l’impatto dei social network, il tema della sicurezza è diventato sempre più centrale. A fare chiarezza è Umberto Izzo, professore di Diritto privato all’Università di Trento ed esperto di diritto dello sport e responsabilità civile.
Secondo il docente il punto di partenza non può che essere il concetto di autoresponsabilità di chi scia, cardine anche delle recenti scelte normative. «La sicurezza nasce prima di tutto dalla consapevolezza dei propri limiti e dalla capacità di adeguare il comportamento alle proprie reali capacità tecniche e fisiche», spiega. Sciare significa cercare emozioni, il cosiddetto thrill, ma questo deve avvenire in modo graduale e proporzionato. Affrontare piste troppo difficili, mantenere velocità eccessive o continuare a sciare quando si è stanchi aumenta in modo significativo il rischio di incidenti. Accanto alla responsabilità individuale, resta centrale il ruolo dei gestori degli impianti, chiamati a garantire condizioni di sicurezza ragionevoli: segnaletica chiara, interventi tempestivi in caso di ghiaccio o pericoli strutturali, protezioni come reti e materassi nei punti critici. «Bene la decisione presa in alcuni comprensori sciistici come Madonna di Campiglio di contingentare gli accessi per evitare l'eccessivo affollamento che, inevitabilmente, è un fattore causale di scontri sulle piste, tuttavia – chiarisce Izzo – non si può pretendere l’eliminazione di ogni rischio possibile: la sicurezza deve essere sostenibile anche dal punto di vista economico».
Tra i comportamenti più problematici emersi negli ultimi anni, come rilevato anche dalle forze dell’ordine in servizio sulle piste, c’è l’uso dei cellulari in pista. Selfie, video e dirette social spingono sempre più persone a fermarsi in punti pericolosi. «Fermarsi al centro della pista per scattare una foto è un comportamento vietato e altamente rischioso», sottolinea il professore. La normativa sulla sicurezza delle aree sciabili è chiara: le soste devono avvenire solo ai margini e in punti ben visibili. L’idea che spetti agli altri evitare chi si ferma è errata e può avere conseguenze giuridiche rilevanti in caso di incidente. Un altro fenomeno in crescita è quello del fuoripista, spesso percepito come spazio di libertà contrapposto alle piste sempre più regolamentate. Ma proprio qui la normativa è intervenuta in modo netto. «La riforma di cinque anni fa ha ribadito e meglio specificato che al di fuori delle aree battute e palinate, adeguatamente segnalate, la responsabilità del gestore viene meno», ricorda Izzo. Chi sceglie il fuoripista lo fa assumendosi integralmente il rischio. Un principio ribadito anche da casi noti, come l’incidente di Michael Schumacher, che ha segnato uno spartiacque nella percezione dei pericoli legati a terreni non trattati.
Sciare fuoripista, inoltre, è qualificabile come attività pericolosa, circostanza che comporta un regime di responsabilità più severo per chi provoca danni a terzi. Non va dimenticato l’obbligo, previsto dalla normativa vigente e purtroppo spesso disatteso, di dotarsi di dispositivi di sicurezza come Artva, pala e sonda, fondamentali per il soccorso in caso di valanga. Non meno complessa è la convivenza sulle piste tra chi scia e chi invece preferisce le ciaspole o lo snowboard. In linea di principio, è vietato attraversare le piste senza sci o attrezzature idonee, ma nella pratica i controlli sono difficili e prevale spesso una tolleranza dettata dalle caratteristiche del territorio. «Resta, comunque, una situazione di rischio, soprattutto quando persone poco esperte si trovano a intersecare le traiettorie degli sciatori», osserva Izzo, suscettibile di determinare sempre la responsabilità di chi attraversa la pista.
Sul piano normativo, una delle principali novità introdotte negli ultimi anni è l’obbligo di assicurazione per la responsabilità civile. Tuttavia, secondo il docente, si tratta di una riforma incompleta. «Il vero problema è l’assenza di un massimale minimo adeguato», afferma. Molte polizze coprono danni fino a 50 mila euro, una cifra irrisoria se rapportata ai potenziali risarcimenti per lesioni gravi o mortali. «In caso di incidente grave, si può arrivare a risarcimenti superiori al milione di euro: senza una copertura adeguata, il rischio è che il danno resti di fatto senza ristoro». Da qui la proposta di introdurre un massimale minimo obbligatorio, analogo a quello previsto per la circolazione stradale.
Nel dibattito sulla sicurezza torna ciclicamente anche l’ipotesi di un patentino per sciare, una sorta di abilitazione minima per accedere alle piste. Un’idea che Izzo guarda con scetticismo: «Rischierebbe di snaturare lo sci come attività ludica e di aggiungere ulteriori costi a uno sport già molto caro». La direzione scelta dal legislatore va piuttosto verso un rafforzamento dell’autoresponsabilità, spostando l’equilibrio della responsabilità a favore dei gestori. A incidere sulla sicurezza contribuiscono infine i nuovi materiali e le tecnologie: sci sempre più performanti, piste perfettamente battute, neve artificiale di alta qualità. Tutti fattori che consentono velocità elevate, spesso senza che chi è in pista ne percepisca il pericolo. «È come guidare un suv dopo essere scesi da una vecchia 500: la sensazione di sicurezza induce ad andare più forte», osserva Izzo. Ma la velocità resta uno dei principali fattori di rischio, soprattutto in caso di ostacoli improvvisi o affollamento. In un contesto in continua evoluzione, la sicurezza sulle piste non può basarsi solo su divieti e sanzioni. Richiede consapevolezza, prudenza e rispetto delle regole. Perché, come conclude Umberto Izzo, «sciare è un’attività di piacere, non una necessità: proprio per questo deve essere praticata con responsabilità, per sé e per le altre persone».




