Le Alpi italiane affrontano una sfida senza precedenti: come mantenere vivo il settore degli sport invernali mentre la neve naturale diminuisce e le temperature aumentano?
Il progetto “Hot Snow” indaga il rapporto tra tecnologia, cambiamenti climatici e sostenibilità nell'arco alpino.
Lo studio nasce dall'interesse di Alberto Nucciarelli dell'Università di Trento, Juliane Reinecke della Saïd Business School dell'University of Oxford e Paolo Aversa della King's Business School del King’s College London per i temi legati alla sostenibilità e al rapporto tra tecnologia e strategia.
«La ricerca – spiega Nucciarelli, docente di Economia e gestione delle imprese al Dipartimento di Economia e Management e coordinatore del progetto per la parte finanziata dalla Fondazione Caritro – mostra che la sola strategia di adattamento ai cambiamenti climatici attraverso la tecnologia rischia di aggravare il problema climatico globale, se non è accompagnata da sforzi di mitigazione. Questo, ovviamente, vale anche per molti altri settori industriali. In particolare, negli sport invernali, il perfezionamento della tecnologia impiegata per produrre neve può compensare la mancanza di neve naturale, ma va affiancato a strategie di mitigazione e transizione. L’intero ecosistema degli sport invernali ne è consapevole ed è già attivo nel coniugare l’emergenza climatica con le esigenze di business. Sono stati fatti investimenti significativi con ricadute positive sull’occupazione, sulle attività economiche e sul rispetto dell’ambiente. È importante armonizzare strategie di breve, medio e lungo termine per assicurare la sostenibilità».
Per comprendere il fenomeno, il gruppo di ricerca ha dialogato con rappresentanti di stazioni sciistiche, aziende di tecnologia per la neve programmata, enti del turismo, climatologi, responsabili politici e persone legate al Comitato Olimpico Milano-Cortina 2026. «Le prospettive sono state estremamente diverse. Chi si occupa di tutela ambientale tende a vedere la produzione di neve artificiale come qualcosa di potenzialmente dannoso; chi gestisce gli impianti dà invece risalto agli sforzi fatti per adattarsi. È fondamentale ascoltare voci diverse per comporre un quadro completo».
I dati raccolti negli ultimi decenni da organizzazioni nazionali e internazionali confermano che c'è sempre meno neve naturale e che le stazioni sciistiche si rivolgono sempre più alla tecnologia. «Le stazioni chiedono alle aziende di essere più efficienti, di utilizzare meno risorse per produrre neve di qualità superiore consumando meno energia e acqua». Se anni fa era possibile produrre neve solo con temperature molto rigide, oggi la tecnologia consente di farlo con temperature più alte, utilizzando cannoni più piccoli, silenziosi ed efficienti. L'innevamento programmato sta mantenendo vivo un intero settore, ma c'è un limite: «La tecnologia può compensare la mancanza di neve naturale fino a un certo punto. Oltre quel limite, nessuna innovazione può impedire alla neve di sciogliersi con l'aumento delle temperature».
Ed è qui che emerge il "Climate Innovation Conundrum", il dilemma dell'innovazione climatica. La letteratura scientifica indica tre strategie: adattamento, mitigazione e transizione. Il problema? «Per chi si occupa di clima, adattamento e mitigazione possono coesistere. Gli operatori economici in diversi settori, invece, tendono a porre attenzione solo sul primo di questi aspetti».
La soluzione richiede un cambio di prospettiva: «Bisogna sviluppare tecnologie e infrastrutture che permettano l’adattamento e la mitigazione e generino valore per tutta la filiera». Questo significa proteggere un business fondamentale per le comunità alpine, ma anche tutelare il capitale naturale».
Il sistema degli sport invernali italiano è molto più dipendente dalla neve programmata rispetto a Svizzera, Francia o Austria: le Alpi italiane sono le più meridionali e gli impianti spesso si trovano a quote più basse. Questa maggiore dipendenza ha probabilmente spinto i comprensori italiani a guardare alla tecnologia come risorsa strategica fondamentale.
Per i Giochi olimpici e paralimpici invernali di Milano-Cortina 2026, Nucciarelli riconosce una maggiore attenzione alla sostenibilità rispetto alle passate edizioni, ma sottolinea che la sostenibilità di un'Olimpiade invernale dipende da molti fattori e richiede diverse prospettive di analisi. Devono essere gestite le criticità legate ai trasporti, alla presenza di migliaia di persone in aree montane e al conseguente stress sulle infrastrutture pubbliche. Non va poi dimenticato il dato emerso da uno studio pubblicato nel 2024 su Current Issues in Tourism da Robert Steiger e Daniel Scott, secondo cui il numero di località in grado di ospitare i Giochi invernali a cinque cerchi potrà subire una riduzione significativa in base alle attuali previsioni di emissioni di gas clima-alteranti.
La ricerca offre lezioni applicabili anche ad altri settori. «Il concetto di valore deve essere ripensato: non più solo profitto, ma anche qualità della vita per le persone e le comunità locali, rispetto e tutela del pianeta».




