«I’m just a keeper – the ordinary son of an extraordinary father». Solo un figlio, un custode di una memoria che supera le generazioni, plasma la cultura, cambia il linguaggio. Eppure, nella sua semplicità, Richard Blair cattura tutta la platea con quel guizzo di humor che i britannici sembra non abbiano bisogno di allenare. UniTrentoMag ha seguito l’incontro organizzato dal Dipartimento di Lettere e Filosofia a Palazzo Prodi con Richard, figlio di Eric Arthur Blair, meglio noto come George Orwell. Uno pseudonimo dietro cui si nasconde una vita, fatta di momenti di intimità familiare con quel figlio, adottato quando aveva poche settimane e cresciuto circondato di attenzioni tra Londra e l’isola di Jura nelle Ebridi scozzesi.
Di quello spaccato di vita dietro le quinte, degli aneddoti e delle piccole grandi cose di quella porzione di infanzia, ha parlato con generosità Richard Blair, mettendo a posto i pezzi di una storia personale e di un uomo, che prima di esser Orwell, era Eric, era suo padre. Un padre pieno di affetto, fuori dagli schemi, rivela Richard. «Era straordinario. Mi ha curato, mi ha dato da mangiare, si occupava in ogni modo di me. Spingeva pure il passeggino. A quel tempo queste cose le facevano le madri. Era un anticonformista anche in questo».
La stessa decisione di adottare un bambino nel pieno della guerra, in un periodo tormentato da bombardamenti, incertezza e tensioni politiche, va controcorrente – gli fa notare Andrea Binelli, docente UniTrento e traduttore del romanzo “Una boccata d’aria”, appena uscito in una nuova versione per Feltrinelli. «Sì certo. Quel pessimismo che permeava la società almeno su questo non toccava né lui, né mia madre» ammette Blair.
Ed è a quella mamma, Eileen O'Shaughnessy, che Richard volge il ricordo: «Papà da giovane, l’aveva notata subito e aveva detto a un amico che quella ragazza se la sarebbe sposata. Aveva le idee chiare, anche se del matrimonio aveva, per così dire, un’idea più liberale di quella di mamma. Lei era una donna intelligente, senz’altro al suo pari. Ma ha fatto un passo indietro per lasciargli lo spazio e la libertà per scrivere. In “Animal Farm”, invece, la sua collaborazione è stata determinante: le varie osservazioni che rendono il romanzo così riuscito sono opera sua. Forse per questo, a differenza degli altri, il romanzo ha un tocco così leggero. Ha un certo non so che, che attira soprattutto i giovani. Lo consiglio sempre come lettura iniziale per accostarsi alle opere Orwell».
Il padre, lo scrittore, ma anche il precursore, il visionario: «Forte della sua esperienza in Spagna, della sua capacità di leggere attraverso gli eventi, riesce a trasmettere nelle pagine di questo romanzo quell’atmosfera carica di tensione. Anticipa gli eventi drammatici della guerra che nel giro di una manciata di mesi avrebbe attraversato l’Europa. E di fronte al dramma imminente, sceglie di rifugiarsi in ciò che conosce, un po’ come fa il protagonista George Bowling, per recuperare l’idillio perduto» spiega Blair.
Orwell ambienta la storia di “Una boccata d’aria” nella campagna inglese: luoghi familiari che richiamano radici semplici, rurali. «Un’isola incantevole, il posto ideale per crescere un bambino. La tenuta è circondata dalla natura, nel bosco tutt’intorno è pieno di cervi rossi. Ci andavamo spesso, al di là della collina, per fare dei barbecue spensierati. A Barnhill ci sono tornato tante volte, anche se il viaggio per arrivarci è quasi un’odissea» racconta. «Anche se ero piccolo, ho alcuni ricordi vividi di quegli anni. Quando salivo in camera sua o ci si ritrovava per pranzo dopo una giornata passata a giocare, per me, o a scrivere, per lui. Ho ancora nelle narici l’odore di quella pipa: una volta mi lasciò fare un tiro, ma mi sentii male. Mi ci vollero anni per riavvicinarmi al fumo».
Quella natura che sa di semplicità, di riti quotidiani, del rumore molesto dei bambini e della pesca, Orwell la infonde nel romanzo, il primo in cui matura l’inquietudine e il tono apocalittico che esploderanno in “1984”. Lo si intuisce nella disillusione di George, il protagonista del romanzo, che guarda con scetticismo a un passato che ormai gli è estraneo, quasi pericoloso, demolito da una modernità che lacera diritti e memoria. «Strano personaggio, questo George», ironizza Blair. «Uomo di mezza età, della middle class, mediocre, gaudente e opportunista. Una specie di ribelle del suo tempo, che si danna l’anima di fronte all’idiozia della guerra, lo scempio dell’ambiente, l’arroganza del capitalismo e i comportamenti immorali. Sembra quasi uno di noi».
«Non è facile amare questo personaggio – concorda Binelli – ma, in fondo, non ci dispiace. Ci ricorda il rischio che corriamo quando vogliamo incasellare le persone in uno standard. Quando le vogliamo vedere irregimentate. Lui, in fondo, vuole essere solo un pescatore».
A cambiare la routine per George, è l’arrivo inaspettato di una grossa somma di denaro. Ironia della sorte è un po’ quello che è successo anche a Richard Blair, dopo che, negli anni Ottanta, con l’affermazione di Orwell, inizia a ricevere i proventi dei diritti delle opere. E la sua vita di venditore di trattori cambia radicalmente. Dal 2008 dedica la sua vita a onorare e ricordare le opere del padre, con la Fondazione George Orwell. A occuparsi dei senzatetto – in memoria dei periodi bui attraversati anche da suo padre – cercando di documentare senza stereotipi la loro vita e le loro scelte. E a cercare finanziamenti, «che quelli, per fare il lavoro che facciamo, non bastano mai» precisa.
Da quel momento è una vita spesa nel ricordo del padre, di certo con tanta pressione addosso: «Non lo so, forse. È una domanda rilevante. Ma ci sono cresciuto dentro a questa domanda. Ci posso vivere dentro».
«Suo padre aveva ragione riguardo ai totalitarismi?» prova qualcuno a chiedere dal pubblico, spingendo il discorso sulle preoccupazioni di oggi, alla ricerca della ‘ricetta’ di Orwell. «È morto nel 1950. Non so cosa avrebbe pensato del mondo di oggi», risponde sornione Blair. «Penso che avrebbe commentato: Te l’avevo detto».




