C’è chi lo chiama il “sindaco Bollywood” per i colori accesi dei suoi comizi, i video social pieni di musica e sorrisi, e il modo spiazzante in cui parla alla gente. Zohran Mamdani, nuovo sindaco di New York, giovane, musulmano, di origini indiane e ugandesi, socialista, è arrivato come un ciclone nella campagna elettorale per il mayor della Grande mela. Come si può leggere questa elezione in un contesto statunitense che appare sempre più polarizzato dal punto di vista politico e sociale? Quanto può incidere fuori dai confini newyorchesi e americani? E, in occasione dei cento anni dalla nascita di Bob Kennedy un’ultima domanda è lecita, e cioè qual è la direzione che gli Usa stanno seguendo? Ne abbiamo parlato con Vincenzo Della Sala, docente di Scienza politica al Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale e profondo conoscitore della storia americana.
La vittoria di Zohran Mamdani a sindaco di New York ha fatto parlare di “rivincita del multiculturalismo” e di “nuova sinistra urbana”. Ma secondo Della Sala la chiave del successo del giovane socialista è un’altra: più che l’espressione di due facce opposte e inconciliabili tra loro di un’America divisa e arrabbiata che si è espressa attraverso il voto a Donald Trump o allo stesso Mamdani, e più che il rivolgersi alle molteplici identità delle minoranze coinvolte nella sua campagna elettorale (da quelle sessuali e di genere, a quelle etniche e religiose), il tema che ha convinto e vinto in queste elezioni è quello che accomuna questi gruppi sociali: la condizione economica di povertà. Un parallelo con Donald Trump può sembrare ardito, ma per Della Sala «c’è un filo comune: entrambi hanno intercettato un pezzo d’America che non vive bene questa fase economica. Trump parlava di rabbia, Mamdani di speranza, ma il punto è lo stesso: per milioni di persone le cose basilari come la casa, il cibo, i trasporti, sono diventate fuori portata».
New York, avverte però il politologo, «non è l’America e l’America non è New York». Con i suoi due milioni di elettori ed elettrici, la metropoli non riflette la nazione nel suo complesso. Sono oltre 77 milioni le persone che hanno votato per il presidente Trump. «Il vero segnale politico arriva semmai da Stati come la Virginia dove Abigail Spanberger è diventata la prima donna governatrice, il New Jersey con la vittoria di Mikie Sherrill. O ancora la Georgia o la Pennsylvania. È qui che si misura il battito reale del Paese». La campagna di Mamdani ha stupito per il suo linguaggio accattivante, i reel sui social, le trovate geniali. Uno stile che rompe con la politica tradizionale. «Ha capito che la comunicazione politica non può più essere unica e nazionale – spiega Della Sala, che prosegue – funziona a New York, ma non funzionerebbe 50 chilometri fuori città, in contesti sociali completamente diversi. Serve una comunicazione flessibile, capace di adattarsi ai territori».
Ma la novità non è solo estetica. Mamdani, osserva il docente trentino, ha riportato al centro il ruolo del candidato come persona: «Non è solo il messaggio o il mezzo, è chi comunica che fa la differenza. Lo vediamo anche nelle altre elezioni: candidati e candidate che incarnano storie credibili, come quella della nuova governatrice della Virginia che ha un passato nell'intelligence americana e che viene da una famiglia modesta. Sono loro che riescono a parlare ai cittadini». Una lezione valida anche per l’Italia, dove la personalizzazione della politica è ormai la norma. Sul fronte delle politiche concrete, Zohran Mamdani dovrà fare i conti con le rigidità del sistema americano. «I poteri di un sindaco, soprattutto a New York, sono limitati», spiega Della Sala. «I grandi progetti, come il potenziamento dei trasporti o l’espansione delle scuole materne pubbliche, richiedono fondi statali. La governatrice dello Stato di New York Kathy Hochul ha già frenato, ricordando che la coperta è corta».
C’è però un risultato che Mamdani ha già raggiunto: «Ha saputo riportare i giovani nella politica. Non accadeva dai tempi di Occupy Wall Street, quando migliaia di ragazzi avevano creduto in un cambiamento poi tradito», sottolinea Della Sala. Per questo parlano i dati: il 62% di chi ha votato tra i 18 e 29 anni ha scelto lui. Mamdani è riuscito a dare voce a una generazione che stava aspettando di salire sul palco della politica: la Gen Z. «Ora molti di loro rivedono in Mamdani una speranza. Ma proprio per questo il rischio di delusione è alto: governare New York significa confrontarsi con aspettative enormi».
Per l’Europa e per l’Italia, la lezione è duplice: da un lato la necessità di coinvolgere una generazione disillusa, dall’altro l’urgenza di parlare dei temi concreti della vita quotidiana. «La crisi della democrazia non nasce nelle città – spiega il professore – ma nella distanza tra chi vive nelle aree urbane e chi abita fuori. Il messaggio vincente di Mamdani è stato trasversale: il costo della vita riguarda tutti. È lì che ha vinto lui, ed è lì che aveva vinto Trump».
Un’indicazione chiara anche per i partiti europei di centrosinistra: «L’elettorato non si mobilita più sulle questioni identitarie, ma sul prezzo del pane, della frutta, dell’affitto. È un ritorno alla politica del bread and butter, della pancia: chi lo ignora, perde».
Nel centenario della nascita di Robert Kennedy, Vincenzo Della Sala, che martedì 18 novembre interviene in un dibattito sull’eredità del presidente che tanto fece per i diritti civili e contro la segregazione raziale, invita a riflettere sul contrasto tra quell’epoca e l’attuale. «Kennedy rappresentava l’idea che la politica potesse costruire il futuro. Oggi invece prevale la nostalgia, lo sguardo al passato: ‘Make America Great Again’ è l’emblema di questo. Abbiamo smarrito l’idealismo che animava gli anni Sessanta».
E Mamdani? «Può forse riaccendere un frammento di quella fiducia, ma il suo impatto sarà soprattutto simbolico. New York è un laboratorio politico, non un modello esportabile. Tuttavia, il messaggio che lancia, cioè che la politica può ancora migliorare la vita delle persone, è un punto di partenza importante. Ritrovare la speranza nel futuro sarà difficile, ma è da lì che bisogna ripartire».




