È calato il sipario sulla Cop 30, il principale appuntamento globale in materia di lotta al cambiamento climatico, tenutasi dal 10 al 21 novembre a Belém in Brasile. Il documento finale, siglato nella notte tra venerdì 21 e sabato 22, arriva in un contesto segnato dall’assenza degli Stati Uniti e da compromessi significativi: mancano riferimenti espliciti ai combustibili fossili, una roadmap per la loro uscita e misure più incisive contro la deforestazione. Nonostante queste criticità, a Belém si è percepito un clima di scambio e partecipazione che, lontano dalle sale negoziali, ha fatto intravedere uno spiraglio di speranza. È quanto emerge dalle testimonianze di chi, partendo da UniTrento e insieme all’associazione Viração&Jangada, ha avuto la possibilità di partecipare.
Alla Cop30 il “cuore” della conferenza non era dentro le sale dei negoziati. Comunità, attivisti, ricercatrici e ricercatori si sono incontrati per discutere temi che raramente trovano spazio nei documenti ufficiali. È lì che si raccoglievano le testimonianze di chi vive ogni giorno gli effetti del cambiamento climatico, come le popolazioni amazzoniche, che hanno scelto di mostrare la propria quotidianità a chi, per due settimane, è arrivato a Belém per capire e confrontarsi.
Tra i partecipanti c’era anche un gruppo di giovani dell’Università di Trento. Ognuno con una formazione diversa, ma tutti accomunati dalla stessa motivazione: osservare da vicino come lavora la diplomazia climatica e riportare questa esperienza nei propri territori. Alcuni sono partiti grazie a un progetto di Viração&Jangada, un’associazione che da anni promuove attività di educazione sulla crisi climatica, grazie anche alla formazione tecnico-scientifica del Centro Europeo Jean Monnet dell’Università di Trento.
«All’interno del mio progetto di ricerca, che si occupa di studiare nuovi modi per promuovere l'effettiva implementazione degli accordi climatici internazionali, sono andato alla Cop per osservare i negoziati e comprenderne meglio il contesto. È stata l’occasione per vedere da vicino, nella pratica, ciò che finora ho avuto modo di analizzare solo sui libri, negli articoli o dietro una scrivania» racconta Klaudijo Klaser, Marie Skłodowska-Curie Global Postdoctoral Fellow presso il Dipartimento di Economia e Management.
Seguendo gli incontri collaterali tematici della Cop, i ragazzi e le ragazze hanno attraversato prospettive molto diverse, che però restituivano tutte la complessità del dibattito climatico. In uno degli appuntamenti collaterali si è parlato del legame tra clima e migrazioni, un rapporto che in Brasile appare più evidente che altrove: «Ho percepito un forte legame tra cambiamento climatico e i problemi sociali di oggi. Là è molto più evidente di quanto lo sia da noi quanto clima, migrazioni e conflitti siano intrecciati – spiega Eleonora Zomer, da poco laureata in Studi europei e internazionali. «Le loro politiche migratorie – prosegue – sono tra le più all’avanguardia: accoglienza ampia e percentuali altissime di rilascio dei documenti, perché la popolazione migrante è considerata una risorsa economica».
Altro tema chiave, la gestione delle foreste tropicali: «Da poco è stato istituito il Tropical Forest Forever Facility, un fondo introdotto dal Brasile con il contributo dell’Indonesia e di partner del Nord globale, pensato per valorizzare i servizi ecosistemici della foresta amazzonica. L’obiettivo è trasformare la sua tutela da costo a investimento, riconoscendone il valore economico. È un cambio di paradigma: il Sud del mondo non deve più essere visto come popolazione a cui dare aiuto, ma come territorio su cui investire» spiega Allegra Zaia, studentessa magistrale in Global Affairs.
In un altro panel si è discusso del ruolo del telerilevamento satellitare nel monitoraggio dei territori più remoti. «L’Esa ha mostrato come questi strumenti permettano di osservare l’Amazzonia in modo capillare – dice Margo Blaha, dottoranda in Scienze agroalimentari e ambientali presso il Centro Agricoltura Alimenti Ambiente (C3A) – ma mi chiedevo quale fosse oggi il ruolo dello scienziato, perché il dato da solo non basta. Un ricercatore, Clément Albergel, mi ha risposto che dobbiamo imparare a comunicare la scienza e collaborare con chi vive ogni giorno gli impatti del cambiamento climatico».
Nel dibattito sull’assenza degli Stati Uniti, gli studenti e le studentesse UniTrento condividono una posizione simile: «Vista la posizione dell’attuale amministrazione statunitense, questa mancata presenza è stata un’opportunità. Gli Usa avrebbero forse rallentato i negoziati» è la riflessione comune.
E, alla domanda sulla mancata introduzione della roadmap sui combustibili fossili, l’opinione nel gruppo resta tutt’altro che pessimista. «La roadmap non era nell’agenda della Cop. In un processo dove si decide per consenso, questo ha reso difficile il suo inserimento nel documento – spiega Eleonora – ma la sua assenza non la rende un fallimento: questa edizione ha mostrato una partecipazione viva e una società civile molto presente. Io torno a casa con una grande speranza e molta fiducia». Stesso ottimismo che conserva Margo: «In quei giorni ho percepito una voglia di fare enorme, un’energia diversa. Torno in Italia con una nuova ispirazione. Sento di poter fare anch’io nel mio piccolo qualcosa per migliorare il mondo».
A concludere la conversazione è stato Dino Zardi, professore di Fisica dell’atmosfera e del clima al Dipartimento di Ingegneria civile ambientale e meccanica e coordinatore scientifico del Festivalmeteorologia che proprio durante i giorni della rassegna ha proposto collegamenti in diretta con la Cop30. Zardi ha invitato a cambiare prospettiva sulla transizione energetica. Ridurre l’uso dei combustibili fossili, ha spiegato, non significa perdere qualcosa, ma guadagnare libertà: «Non dovremmo parlare di rinuncia, perché la transizione è un’occasione di emancipazione da una dipendenza che rende molti paesi più fragili». Le energie rinnovabili, ha ricordato, sono risorse diffuse e accessibili, capaci di offrire maggiore autonomia a chi le adotta. «Il vero nodo – ha concluso il professore – è permettere a tutti i Paesi di accedervi davvero, dalle tecnologie necessarie per raccogliere e distribuirle, ai dati necessari per valorizzarle, così che la transizione diventi un’opportunità condivisa, non un privilegio per pochi».




