Da Trento a New York, per approfondire il cervello umano, predire malattie neurodegenerative e arrivare a una medicina sempre più di precisione. È il percorso di Nicole Bussola, alumna del Dipartimento di Matematica recentemente all’Università di Trento come relatrice del seminario “Decoding Clinical Complexity: Mathematical Frameworks for Interpretable Precision Medicine”, in cui ha spiegato il suo lavoro di ricerca che intreccia intelligenza artificiale e matematica per decodificare i dati sul neuroblastoma infantile. Questo è uno degli ambiti di cui si occupa all’Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York, dove attualmente lavora come ricercatrice al Brain and Data Sciences Lab. UniTrentoMag l’ha incontrata.
Nicole, dalla laurea magistrale in matematica a Trento a un dottorato di ricerca in Scienze biomolecolari al Dipartimento Cibio, con una borsa di studio congiunta della Fondazione Bruno Kessler e infine una carriera da ricercatrice nel più grande ospedale di New York: come hai raggiunto questa prestigiosa posizione?
«La tesi della mia laurea magistrale nel 2017 si basava sulla topologia algebrica, quindi parliamo di matematica pura. Dopo la laurea mi sarebbe piaciuto continuare con la matematica più applicata e la biologia era sempre stata di mio interesse: sono entrata così in contatto con il gruppo di ricerca della Fondazione Bruno Kessler che studia modelli predettivi per la medicina. Ho iniziato il dottorato in biologia computazionale focalizzandomi su sistemi di intelligenza artificiale per applicazioni di medicina della precisione, soprattutto in ambito oncologico, lavorando su dati di immagini biomediche. Dopo il dottorato ho proseguito con una breve esperienza in azienda. Poi, tramite una mia ex collega e amica, Isotta Landi, anche lei alumna di matematica di UniTrento, che lavorava già a New York nel Dipartimento di Psichiatria dell’ospedale Mount Sinai, nel 2023 ho ottenuto un colloquio e ho così iniziato a lavorare al Mount Sinai come post-doc, a capo di un progetto con l’unico gruppo di ricerca al mondo che dispone di campioni di tessuto cerebrale umano raccolti durante interventi di Deep Brain Stimulation (Dbs), una procedura utilizzata soprattutto per trattare il Parkinson mediante l’impianto di elettrodi nel cervello. Grazie a questi interventi, l’ospedale ha sviluppato una vasta biobanca di campioni di cervello e sangue, chiamata Living Brain Project (diretta dal dottor Alexander W. Charley), che consente di studiare la relazione tra cervello e corpo e di analizzare il sequenziamento dell’RNA per comprendere meglio le malattie neurologiche. Poco dopo è stato creato all’interno dell’ospedale il Dipartimento di Intelligenza Artificiale e, vista la mia esperienza pregressa e i miei meriti lavorativi, sono stata promossa alla posizione di “instructor”, ovvero ricercatrice. Tutto questo in soli due anni. Ultimamente mi sono occupata di progetti riguardanti la women's health, in particolare lo studio di donne con “heavy menstrual bleeding”, dei cicli particolarmente abbondanti. Le patologie a questo connesse sono difficilmente diagnosticate e quantificate e il risultato sono anemie importanti e isterectomia: ecco perché stiamo cercando di mappare il più possibile queste donne».
Quanto la matematica studiata nel corso della laurea magistrale ti è servita per la tua attuale posizione?
«Sicuramente è importante la forma mentis che ti offre la matematica: il desiderio di andare in fondo e capire le sfumature. Più nello specifico, per la parte matematica del mio attuale lavoro, mi è servito molto lo studio durante la laurea: ad esempio, per leggere un paper e interpretare i risultati, uso un metodo che si basa sulla topologia algebrica, l’argomento della mia tesi. Devo anche dire che la formazione data dall’Università di Trento è molto apprezzata sul mio posto di lavoro. I ricercatori italiani sono ben visti e per questo anche il mio ufficio “AI for human health” è sempre alla ricerca di talenti da attrarre, tanto che sto continuando anche la collaborazione con il mio relatore di tesi magistrale a Trento, il professor Claudio Fontanari, anche per poter offrire agli attuali studenti di matematica dei periodi di stage sulla precision medicine a New York».
Da Trento a New York è un bel cambiamento! Torni spesso in Trentino? Cosa ricordi degli anni che hai vissuto a Povo da studentessa? Che aria si respira dove lavori oggi?
«Quando penso ai miei anni da studentessa a Povo mi viene sempre in mente un ambiente molto familiare. A matematica eravamo in pochi e questo rendeva il rapporto con i professori e tra noi studenti molto diretto: si respirava davvero il senso di una piccola comunità. Ho stretto amicizie molto forti che durano ancora oggi, e molte delle mie memorie più belle sono legate proprio a quelle giornate. Ricordo, per esempio, le lunghe ore di studio nelle aule o in biblioteca o in qualche posto remoto in montagna per preparare qualche esame. Oppure le pause tra le lezioni, quando qualcuno tirava fuori un mazzo di carte e nel giro di pochi minuti partiva una partita a briscola. Povo è sempre stato un posto in cui mi sono sentita a casa. Tornare per fare un seminario nei corridoi dove anni fa venivo a sostenere gli esami è stato molto emozionante. Anche vedere alcuni dei miei vecchi professori venire ad ascoltare la mia presentazione e scoprire che si ricordavano ancora di me è stato toccante. Ricordo molto bene anche i miei primi giorni a New York. Fuori dalla finestra del mio appartamento si sentiva continuamente il rumore dei taxi e della città che non si ferma mai e mi sono sentita incredibilmente fortunata ad avere l’opportunità di vivere quell’esperienza. L’ambiente lavorativo è piuttosto diverso rispetto all’Italia. I rapporti sono un po’ più distaccati e il lavoro è più individuale. Allo stesso tempo ho molta libertà nell’organizzare la mia giornata. Con il tempo però pure qui mi sono costruita la mia piccola comunità: colleghi, amici e persone con cui condividere la quotidianità. Piano piano anche New York sta diventando un posto in cui mi sento a casa».




