Musa con il rispettivo logo ©UniTrento

Storie

Un filo incontra la robotica

Musa, la curiosità ispira una studentessa a insegnare a una macchina l’uncinetto e il gesto delle mani sapienti delle nonne

9 luglio 2026
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di Barbara Poli
Staff di Dipartimento Cibio

C’è un filo che lega storie diverse, passando dalle sapienti mani delle nonne fino ai laboratori di robotica dell’Università di Trento. Questo filo è Musa, il progetto della studentessa Alessia Rinaldi, che ha unito l’ingegneria elettronica e l’artigianato all'interno del FabLab UniTrento. Un filo teso tra mondi lontani, capace di cucire insieme tradizione e innovazione.

C'è qualcosa di profondamente rilassante nel lavorare a maglia o all’uncinetto. Un filo che scorre tra le dita e si annoda, un punto dopo l'altro, sempre uguale e sempre diverso. È un gesto antico, spesso tramandato da nonne e mamme, che richiede tempo, concentrazione e pazienza. Ogni punto si sviluppa dal precedente e, lentamente, prende forma qualcosa che prima non esisteva. I fili, però, hanno una strana capacità di collegare mondi anche molto lontani.

Per Alessia Rinaldi, studentessa all'ultimo anno della laurea magistrale in Information Engineering del Dipartimento di Ingegneria e Scienza dell'Informazione (Disi) all'Università di Trento, quel filo non è rimasto soltanto tra le sue mani. Durante la pandemia, come molte persone, si è ritrovata con un tempo improvvisamente più lento da riempire. Così ha deciso di imparare a lavorare all'uncinetto, ispirandosi anche ai lavori che aveva visto realizzare dalle sue nonne. Quello che sembrava soltanto un passatempo si è trasformato, qualche anno dopo, nell'idea di un progetto di ricerca.

I suoi studi di ingegneria elettronica e la passione per la robotica le hanno ispirato una domanda tanto semplice quanto insolita: e se quel filo potesse passare anche attraverso una macchina?

Da questa intuizione è nata Musa, la Macchina uncinettatrice semi automatizzata, sviluppata all'interno del FabLab di UniTrento con il supporto dell'Associazione Glow e la supervisione di Francesca Fiore, ricercatrice al Disi. La studentessa ha potuto realizzare questo progetto grazie ai crediti liberi della sua laurea magistrale, che le hanno permesso di sviluppare un'idea personale anziché seguire un progetto predefinito.

Ma come si insegna a una macchina un gesto così umano? La risposta è semplice e al tempo stesso complessa. Si parte da un semplice telaio circolare, lo stesso che si può acquistare in una merceria o online. Alessia ha utilizzato la stampante 3D per integrare il telaio con le parti necessarie per farlo muovere. Ha poi sviluppato il firmware che coordina i movimenti dei motori e ha realizzato un software che consente di trasformare un disegno creato dall'utente in una sequenza di punti da lavorare (il disegno diventa una sequenza di pixel che permette alla macchina di realizzare il disegno originale con i fili). Musa può utilizzare fino a tre fili di colori diversi, realizzando lavorazioni tubolari come berretti, scaldacollo o astucci personalizzati.

Anche il filo, però, può rompersi. O lasciare un buco. Per questo Alessia ha aggiunto una videocamera che controlla continuamente il lavoro. Se il sistema riconosce un possibile errore, la macchina si ferma, avvisa l'utente ed evita sprechi di tempo e di materiale.

Alessia ci tiene a precisare che Musa non nasce per sostituire chi lavora a maglia. Anzi. Anche lei continua a praticare l'uncinetto e racconta: «La parte più divertente del progetto non è stata vedere il robot lavorare, ma costruirlo. Continuerò comunque a fare l'uncinetto». La tecnologia non sempre nasce dall'esigenza di fare più in fretta: spesso nasce dalla curiosità di capire se qualcosa sia possibile.

Alessia ha condiviso questo progetto con le sue nonne, che di fili se ne intendono bene. Per una vita li hanno visti trasformarsi in maglie, cappelli e sciarpe. Non immaginavano però che un giorno la nipote avrebbe costruito una macchina capace di lavorare a maglia quasi da sola. Quando Alessia ha cercato di spiegare il progetto, non ha parlato di firmware o di algoritmi: ha detto semplicemente che era "come una macchina da maglieria". La loro prima domanda, racconta sorridendo, non è stata su come funzionasse, ma su quanto fosse grande. Si aspettavano un macchinario enorme, invece, Musa occupa poco più dello spazio di una scrivania.

Anche il nome racconta un filo personale. Musa è l'acronimo di Macchina uncinettatrice semi automatizzata, ma richiama anche Musa, il cane a cui Alessia era molto legata. Il logo, progettato da lei, intreccia un uncinetto, un circuito elettronico e un ingranaggio: simboli che raccontano l'incontro tra manualità, creatività e tecnologia.

Il filo, però, non si ferma qui: Alessia ha scelto di rendere il progetto completamente replicabile. La documentazione sarà resa disponibile online, in modo che chiunque possa costruire, modificare e migliorare Musa. La macchina rimarrà inoltre al FabLab di UniTrento, dove potrà essere utilizzata dalla comunità e, magari, diventare il punto di partenza per workshop e nuovi progetti.

In fondo è lo stesso principio con cui, per generazioni, si sono tramandati i lavori a maglia: qualcuno mostrava un punto, qualcun altro lo imparava e lo perfezionava. Oggi quei "punti" passano anche attraverso i file di progettazione, il codice e le stampanti 3D.

Il filo che tiene insieme questa storia non è soltanto quello di lana. È quello che collega le mani delle nonne, i pomeriggi silenziosi della pandemia, un laboratorio del FabLab, una stampante 3D e la curiosità di una studentessa. Perché la ricerca, in fondo, funziona proprio così: intreccia idee che sembravano lontanissime fino a creare qualcosa che prima non esisteva.