la specializzanda Caterina Stomaci durante il suo viaggio in bici di 12 giorni verso Praga

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Pedalando al convegno di Praga

I 12 giorni in bici della specializzanda Caterina Stomaci. Tra fatica, libertà e bellezza

29 luglio 2026
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di Valentina Martino
Staff del Dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e meccanica

Vi è mai capitato di desiderare qualcosa di semplice? Come un giro in bicicletta, la musica nelle orecchie e solo la strada davanti a voi? Vi è mai capitato di voler organizzare un intero viaggio così? Caterina Stomaci l’ha fatto. E condivide la sua esperienza con UniTrentoMag.

Monaco – Praga, 12 giorni, una bicicletta e diversi obiettivi da raggiungere. L’occasione è stata il convegno Lives Physiology 2026, organizzato dall’European Society of Intensive Care Medicine. Caterina Stomaci è una specializzanda UniTrento in Anestesia, Rianimazione, Terapia intensiva e del Dolore. E racconta come ha maturato la decisione di affrontare un viaggio insolito e imprevedibile, come questo.

Cominciamo dal principio. Arrivare a Praga con i mezzi tradizionali non è cosa da poco. «Con treni e bus il viaggio era complesso e sufficientemente lungo da essere frustrante – spiega Caterina Stomaci –, l’aereo, apparentemente conveniente, oltre che assolutamente poco sostenibile e insensato per la distanza, era davvero un trigger emicranico per la logistica. Inoltre l’alloggio aveva cancellato la mia prenotazione, e nel tentativo di non sforare il budget, ne avevo trovato un altro che era a 50 minuti di mezzi dalla venue, lasciamo perdere a piedi. Il mio primo pensiero, guardando Maps, è stato: se avessi la bici sarebbe perfetto».

Ma la bici, Caterina, ce l’ha. Ha già fatto esperienza di ciclotouring e adora spostarsi con le due ruote.

«L’obiettivo all’inizio era duplice: farmi una vacanza in bici e dimostrare a me stessa che si può trovare un altro modo, sia a livello logistico che ecologico, per fare qualcosa. La bici è un amore inestimabile per me, una libertà potentissima. Non ha bisogno di carburante che non siano le gambe. Ti fa viaggiare alla velocità che vuoi tu, su praticamente tutte le strade e si lascia docilmente trasportare su treni e bus al bisogno, in alcuni casi anche sui traghetti. Porta carichi pesanti senza penalizzarti troppo e non ha bisogno di un parcheggio. E, ovviamente, di per sé non inquina. Già che c'è fa pure bene alla salute! Cosa c'è di meglio? Non saprei se inquadrarla come metafora della vita. Certo c'è la fatica, inevitabile, che è sempre costruttiva. E di certo un messaggio è chiaro: con quella fatica si può raggiungere tanta bellezza», racconta Caterina.

La fatica l’ha condivisa con l’amica Franzi, per la prima parte del viaggio. Più semplice pedalare in compagnia, macinare i chilometri programmati per la giornata, distrarsi con battute e argomenti leggeri, riflettere sui massimi sistemi senza perdere la concentrazione. Dopo, è arrivato il bello: pedalare in solitaria tra strade, boschi, percorsi sconosciuti. È lì – prosegue - che la fatica si è fatta sentire pesantemente, sulle gambe e nella testa. È lì che un gesto semplice di uno sconosciuto ha la forza di accendere una piccola scintilla di gioia e che un uovo fresco sembra un pranzo luculliano.

«Ho imparato a non allontanare la sofferenza della salita, ma a farla mia. A stare nel discomfort per crescere – rivela Caterina –. Viaggiare da soli rende molto più liberi, perché tutte le scelte sono proprie, però è anche un po’ più difficile. Tutte le difficoltà sono del singolo e non c’è consolazione o supporto da parte di qualcuno che sta vivendo la tua stessa situazione. E questo, che non mi era mai pesato nei precedenti viaggi da sola, stavolta invece si è fatto sentire».

Per la prima volta in quel viaggio e forse per la prima volta in bici, si è voltata indietro. Lì, a terra, tra foglie e rametti spezzati, c’era la sua giacca a vento, compagna fondamentale per le ore di pioggia, come quelle che avrebbe trovato più avanti. Perché due gocce rinfrescano e fanno pure piacere, ma acqua incessante sulla faccia e nelle ossa, diventa difficile da gestire e da lasciarsi scivolare addosso.

Qualunque cosa l’avesse trattenuta, qualunque sguardo l’avesse richiamata sui suoi passi, le aveva salvato la giornata. E forse il viaggio stesso.