Foto di gruppo dopo la cerimonia ©UniTrento - Ph. Pierluigi Cattani Faggion

Vita universitaria

UniTrento resta la vostra casa: tornate a trovarci

Ricordi e musica per la cerimonia dei pensionamenti. In 26 le colleghe e i colleghi accolti per il saluto in Rettorato

15 settembre 2025
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Alessandra Saletti
Direttrice responsabile UniTrentoMag

Il rito dei pensionamenti è un evento curioso. A qualcuno capita di provare invidia per chi, dopo tanti anni, è riuscito ad andare in pensione. Ma chi in pensione ci è già arrivato, a volte, l'invidia la prova invece per chi ha ancora tanti anni davanti. UniTrentoMag ha seguito questo momento di commiato che si è svolto nei giorni scorsi in Rettorato e ha raccolto pensieri, tanti sorrisi e qualche nostalgia.

«Chissà quante cose avreste da raccontare del vostro lavoro all’Università di Trento, quanti episodi divertenti o momenti indelebili da condividere. E quanti cambiamenti avete visto negli anni in cui avete lavorato qui, nei vari luoghi, nelle varie tipologie di incarichi che avete coperto in questi anni. L’Università è cambiata da quando siete entrati a farne parte. Ma rimane la vostra casa: oggi che siamo di nuovo insieme per un brindisi di saluto e anche domani, quando avremo occasione di incontrarci di nuovo, magari a qualche evento». Il saluto del rettore Flavio Deflorian ha rotto il ghiaccio all’avvio della cerimonia nella Sala Stucchi al secondo piano di Palazzo Sardagna. E qui sta forse un altro paradosso: ci si frequenta per tanto tempo e poi, dopo lo stacco della pensione, sembra che cali una specie di malcelato imbarazzo. Forse ci si chiede come questa grande sala di rappresentanza, questa formalità, centri con l’immagine fissa nella memoria di quella università che si è vista per anni, tutte le mattine dietro una scrivania o in un’aula dalla cattedra. 

Ma basta un sorriso e qualche battuta e l’atmosfera presto si scioglie: «Con tutti gli aneddoti che mi vengono in mente su molti di voi, mi rendo conto di quanto in fretta passi il tempo anche per me» scherza il rettore. «Ma oggi vogliamo soprattutto dirvi grazie per quanto avete fatto per far crescere il nostro ateneo. Vogliamo darvi un riconoscimento, in questa nuova fase della vostra vita, e aprire di nuovo quelle porte che non si sono davvero mai chiuse - e mai si chiuderanno - dietro di voi». «Abbiamo affrontato un bel pezzo di vita professionale insieme. Anche qualche momento più complicato. Dare un contributo alla causa qualche volta non deve essere stato facile. Ma non avete mai smesso di farlo e di alimentare un grande senso di appartenenza a questa istituzione. E di questo vi siamo davvero grati» ha aggiunto il direttore generale Alex Pellacani

Sono 26 i pensionati e le pensionate dell’Ateneo festeggiati in questa cerimonia: 9 del corpo accademico, 16 del personale tecnico e amministrativo e una collaboratrice linguistica. Ecco i loro nomi, in rigoroso ordine alfabetico: Micaela Amico, Marco Antonelli, Serenella Baggio, Vania Bellamoli, Luca Bolner, Antonietta Bonomi, Donata Borgonovo Re, Franca Degasperi, Roberto Demattè, Winfried Leidemann, Emiliano Lever, Roberto Manica, Maria Marchese, Raffaele Mauro, Antonio Miotello, Cinzia Moratelli, Cinzia Parolari, Giuliana Passamani, Maria Pilar Pastor Gaitero, Massimo Scandella, Elena Spagnolli, Elena Uber, Luciano Vanzo, Roberto Tamborini, Rosanna Verones, Enrico Zaninotto. 
Per loro un paio di brani suonati con semplicità e passione dal trombettista Fabio Turra dell’Orchestra dell’Università di Trento e una stampa del portale di Palazzo Sardagna, sede del Rettorato, realizzata da una giovane artista trentina, Giorgia Pallaoro. Che il portale è una soglia, un luogo di passaggio. E anche oggi, in fondo, lo è. Non la fine di un percorso, ma l’inizio di una nuova fase, con altre passioni, progetti, affetti e libertà.

Poi, tra un bicchiere e una chiacchiera, si va a scavare nelle storie personali. «Dagli anni passati in università porterò con me il ricordo delle cose a cui tenevo: la didattica, fare ricerca. Ma soprattutto le persone con cui sono cresciuto, quelle che hanno fondato la facoltà. Per quarant’anni anni, ogni giorno, ho aperto la mia porta in un ufficio nel Dipartimento di Fisica e ho visto l'universo: quello che volevo di più» ricorda Luciano Vanzo
«Anche io porto nel cuore i colleghi, le colleghe, i rapporti di amicizia, la condivisione della vita quotidiana con loro. Il lavoro passa, forse si dimentica, ma i rapporti restano» conferma Maria Marchese. «I primi anni soprattutto era molto molto bello. Forse eravamo di meno e ci si amalgamava di più. Si andava in mensa tutti insieme, si parlava dei problemi del lavoro, c’era tanto entusiasmo. Poi siamo diventati tanti, forse ci siamo un po’ persi» aggiunge Marco Antonelli.

«Io ho trascorso 36 anni in università. In qualche modo sono nata lì e ho finito lì. L’ho vista crescere, soprattutto la Facoltà di Ingegneria. Del resto, si passa quasi più tempo in ufficio che a casa», ammette Elena Uber. «L’impatto con la pensione è stato forte, all’inizio. Ma ora mi sono abituata, ho preso il ritmo. Però a volte mi manca quella socialità, la vicinanza con i colleghi: un sacco di persone, di contesti diversi. Molti di loro sono diventati anche amici. Ci vediamo fuori, ancora. Eppure allora ho iniziato con molta paura, molto timore, ma ero anche molto giovane. Crescere in università è stato un orgoglio. E fare parte di questa comunità, anche se in modo diverso, lo è tuttora. Mi sento ancora di avere spazio, volendo mettersi in gioco, e continuare ad avere una parte da protagonista» fa eco Micaela Amico

«Mi mancano le colleghe!» risponde pronto Emiliano Lever. «Ma le cose non sono cambiate poi tanto per me. Mi alzavo presto e continuo a farlo ora per dedicarmi alle mie attività di volontariato. Ho ancora problemi con la sveglia, infatti. La contabilità resta parte della mia vita. Ma poi ci sono l’orto, gli animali, le galline, il cane…».

«Mi porto nel cuore il ricordo della sede di via Belenzani, dove ci trovavamo a fare le riunioni. Negli ultimi anni l’automazione delle procedure ci ha fatto perdere un po’ del contatto umano» precisa Giuliana Passamani. «Oggi le cose si fanno sempre più spesso a distanza, il lavoro è molto diverso». «Difficile dire cosa mi mancherà di più. Ci sono troppe cose… Di certo il caffè alla macchinetta con i miei compagni di stanza. Poi le lunghe chiacchierate e le discussioni quando si rientrava dalla lezione. Era l'occasione anche per confrontarsi tra discipline completamente diverse. E con gli studenti: i confronti, le domande a lezione, i loro interventi. Non mi mancheranno invece gli esami: ero proprio stufa di farli» confida Donata Borgonovo Re