Quattro universitari su dieci, in Europa, riportano difficoltà legate al benessere psicologico e circa uno/una su cinque convive con quella che può essere definita una condizione psicopatologica. È un dato preoccupante quello fornito dall’European University Association e rilanciato dal recente report "Student Mental Health in Europe" di Nightline Europe, la rete che coordina le linee di ascolto studentesche attive in diversi Paesi europei. Un dato che sottolinea un elevato livello di disagio psicologico tra studenti e studentesse arriva anche da Trento, con due ricerche del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive. A coordinarle sono i ricercatori Carolina Coco, Micol Gemignani e Giulio Bertamini, che a UniTrentoMag raccontano i loro progetti e i primi risultati.
Una elevata presenza di sintomi di ansia e depressione è stata riportata, in particolare, tra chi frequenta corsi triennali o a ciclo unico. Anche il genere risulta una variabile rilevante: le studentesse riportano livelli di disagio psicologico più alti rispetto ai colleghi maschi.
Dai primi dati raccolti grazie alla survey è stato possibile stabilire fattori protettivi e di rischio per il benessere psicologico della comunità studentesca dell’Ateneo. Ad esempio, è stato osservato che chi si percepisce autonomo, chi coltiva relazioni solide e chi sviluppa un buon rapporto con il proprio corpo tende a reggere meglio la pressione degli studi. D’altra parte, chi percepisce intorno a sé un elevato livello di discriminazioni e un disallineamento tra sforzo e ricompensa nel percorso accademico, può sentirsi più vulnerabile, minato nel senso di appartenenza e può mostrare livelli di benessere significativamente inferiori.
Anche un'elevata sensibilità ambientale può rappresentare un fattore di rischio per il benessere psicologico. «È un indicatore interessante, perché può segnalare che alcuni gruppi, come le persone con neurodivergenze, possono essere maggiormente esposte a disagio psicologico», spiega Gemignani. Questo studio presenta alcuni limiti, tra cui l’aver coinvolto esclusivamente studenti e studentesse italofoni. Una sfida per le ricerche future sarà quella di includere anche la popolazione studentesca internazionale, che rappresenta un gruppo particolarmente esposto al rischio di isolamento e malessere psicologico.
Accanto a questa fotografia più generale, un secondo studio si è concentrato sul Servizio di consulenza psicologica dell’Ateneo, con l’obiettivo di capire meglio chi vi si rivolge e come cambiano questi profili nel tempo. «Ci siamo chiesti: chi chiede aiuto e perché?» spiega Bertamini. «Non esiste un identikit unico. C’è chi riporta i sintomi di un disturbo d’ansia, perfezionismo o depressione e chi invece porta in primo piano difficoltà relazionali o di adattamento. A fare la differenza non è soltanto l’intensità del disagio, ma anche la sua ampiezza: più aree della vita sono coinvolte, più lento risulta il miglioramento».
Un dato coerente con le ricerche precedenti riguarda la provenienza geografica di chi si rivolge a questo servizio. «Chi viene da più lontano porta con sé quadri più complessi, ma è anche chi beneficia maggiormente del counseling. È il segnale che la lontananza dalle reti familiari e sociali aumenta il rischio, ma allo stesso tempo spinge a costruire nuove risorse».
Dai dati raccolti in entrambi i progetti appare chiaro che la promozione del benessere della comunità studentesca universitaria non può limitarsi a un’unica direzione, ma deve muoversi su due piani complementari. Da un lato quello individuale, volto a rafforzare le risorse personali e relazionali. Dall’altro quello strutturale, che invita l’università a ripensarsi come un ambiente accogliente, capace di ridurre quelle vulnerabilità ambientali che possono ostacolare il percorso accademico di studenti e studentesse. «Non basta valutare il livello di difficoltà – sottolinea Carolina Coco – bisogna considerare anche i contesti, le traiettorie e quei profili più complessi che non rispondono al counseling breve. È qui che si aprono spazi per percorsi psicoterapeutici più strutturati».
Alcune risposte sono già state avviate. L’Ateneo, in collaborazione con il Servizio di Consulenza psicologica, ha messo in campo attività di gruppo che uniscono prevenzione e relazione: dai laboratori di scrittura ai laboratori teatrali, fino a iniziative come Dialoghi fra le vette, che usano il corpo e lo sport come strumenti di consapevolezza e coesione. «Sono esperienze che aiutano a prendersi cura di sé, ma anche a guardare alle altre persone» osserva Coco. E Gemignani aggiunge: «Il fatto che la discriminazione percepita emerga come fattore di rischio per il benessere psicologico ci spinge a lavorare sulla sensibilizzazione e sull’inclusione. Significa sviluppare atteggiamenti più aperti verso le pluralità nelle identità e nelle espressioni di genere, orientamenti sessuali, etnie e stili cognitivi. Solo così l’università può garantire un ambiente di apprendimento davvero equo per studenti e studentesse».




