Via Giuseppe Verdi, Palazzo Paolo Prodi, Piazza Cesare Battisti. Sono luoghi che frequentiamo ogni giorno, mentre andiamo al lavoro, a lezione, a prendere un caffè. Lo facciamo quasi senza accorgerci che la nostra quotidianità è costellata di incontri con grandi nomi del passato. Attraverso l’intitolazione di vie, monumenti e edifici pubblici, queste figure continuano ad abitare il nostro presente. Ma quale rapporto abbiamo con questa memoria? È ancora capace di parlarci e di contribuire, in modo silenzioso, alla costruzione dell’identità individuale e collettiva? Domande che tornano attuali oggi, in occasione dell’intitolazione della Biblioteca universitaria centrale (Buc) ad Alcide De Gasperi.
Intitolare vie e edifici pubblici a personaggi (più o meno) illustri ci appare oggi una pratica comune, ma non lo è sempre stata. A ricordarlo è Andrea Cossu, docente di Sociologia generale al Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale: «Il ‘senso del luogo’ ha sempre avuto una forte valenza pubblica e politica, ma è con l’unificazione d’Italia che questo diventa un progetto esplicito di costruzione dell’identità. Si tratta, come viene ricordato, di ‘fare gli italiani’. E si cerca di farlo – prosegue il professore – non solo con i monumenti, ma anche omogeneizzando l’odonomastica, ovvero il sistema di nomi delle strade. Il processo di creazione dello stato nazionale passa anche per la standardizzazione del paesaggio simbolico in cui i nuovi cittadini si muovono, e serve sia a ricordare il passato, sia a rafforzare l’idea di una cittadinanza unitaria. In Italia, poi, questo processo si allunga, con forti interventi che riguardano soprattutto l’avventura coloniale, la Prima guerra mondiale e il fascismo, per arrivare a un reset dopo la guerra di Liberazione. La storia della nostra onomastica è una storia di accrescimenti e cancellazioni, di innovazioni e conflitti, che vanno di pari passo con le grandi trasformazioni politiche e sociali del Paese».
Vista in questa prospettiva, la città è come una mappa su cui si scrive e riscrive nel tempo: ogni generazione lascia una traccia, un messaggio per chi vive oggi e per chi verrà domani. Spiega Cossu: «Il tessuto urbano è una memoria stratificata, in cui si intrecciano ricordi personali e generazionali, politiche e monumentali. Da un lato ci sono i progetti dall’alto e i conflitti sulla memoria, che in Italia sono particolarmente accesi. Ma dall’altro c’è un rapporto quotidiano con la città, in cui le memorie sono fluide e non sempre coincidono con l’immagine ufficiale. La memoria, così come l’identità, segue percorsi non sempre prevedibili. E nel caso delle città i luoghi di memoria sono al tempo stesso sacri e quotidiani». Proprio l’intreccio tra memoria e vissuto quotidiano porta a interrogarsi su quali siano, oggi, i luoghi che a Trento ricordano De Gasperi. Il punto di partenza non può che essere il monumento di Piazza Venezia, opera dello scultore Antonio Berti, con il contributo di Marcello Piacentini per la parte architettonica. Donato alla città dalla Democrazia Cristiana e inaugurato nel 1956, a soli due anni dalla scomparsa dello statista, il complesso si presenta come una struttura imponente. Al centro è posta la statua in bronzo di De Gasperi, sorretta da un basamento che accoglie quattro statue allegoriche in marmo, raffiguranti le virtù a lui associate: Fede, Giustizia, Politica e Riflessione. L’apparato simbolico si completa con una statua dell’Italia, bassorilievi dedicati alla distruzione bellica e alla ricostruzione del dopoguerra, e una serie di allegorie che richiamano valori quali il lavoro, la cultura e l’unità europea. Nel 2023 l’area antistante al monumento è stata ufficialmente intitolata “Piazzale Alcide Degasperi”. Un’iniziativa che ha rafforzato la presenza del politico trentino nell’odonomastica cittadina, affiancandosi alla via già a lui dedicata, asse di collegamento tra i quartieri di San Giuseppe e Madonna Bianca.
In città esistono anche altre memorie di De Gasperi, meno evidenti ma comunque accessibili. La prima, in ordine cronologico, è la stele con il volto di De Gasperi, realizzata in marmo di Carrara nel 1955 dallo scultore Othmar Winkler, su incarico del Comune di Trento, e destinata al Famedio del cimitero monumentale. Del 1955 è anche il ritratto a olio su tela firmato da Luigi Bonazza, oggi conservato a Palazzo Bassetti, sede storica della Banca di Trento e Bolzano, confluita nel gruppo Intesa Sanpaolo. In questi giorni però, l’opera è temporaneamente in trasferta: fino al 3 maggio 2026 è esposta al Mart di Rovereto nell’ambito della mostra “Luigi Bonazza. Tra Secessione e Déco”. Un’ulteriore presenza di De Gasperi si trova nella sede del quotidiano l’Adige: un altorilievo in bronzo realizzato nel 1964 dallo scultore Livio Benetti, in occasione del decennale della scomparsa dello statista. L’opera richiama idealmente gli esordi giornalistici di De Gasperi, legati alle redazioni dei quotidiani cattolici Il Trentino e Il Nuovo Trentino.
Anche Palazzo Thun ospita un ‘luogo della memoria degasperiana’. Al suo interno, infatti, è allestito uno spazio espositivo permanente dedicato alla figura dello statista trentino. L’iniziativa nasce nel 2018, quando la figlia di De Gasperi, Maria Romana, ha donato alla Fondazione Museo storico del Trentino e al Comune di Trento centinaia di documenti, fotografie e oggetti appartenuti al padre. La scelta di Palazzo Thun, sede del Municipio, non è casuale, perché De Gasperi venne eletto consigliere comunale di Trento nel 1909 e abitò in città fino al 1918. A questa mappa della memoria si unisce oggi la Buc. Al suo interno, una targa commemora l'intitolazione con una frase di De Gasperi del 1950: «Noi vogliamo veramente la pace e, mentre diciamo di volerla, lavoriamo per unire l’Europa». È un omaggio alla visione europeista di De Gasperi e al suo instancabile impegno per la pace; un lascito che l'Università consegna ai giovani che quotidianamente abitano e vivono quegli spazi.




