Una “negoziazione della distanza”. Così definiva la retorica il filosofo belga Michel Meyer. Una modalità di incontro, per Maurizio Manzin, professore di Filosofia del diritto al Dipartimento Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Trento e direttore del nuovo Centro interuniversitario di Studi sulla Retorica – Cirhet. Un progetto per promuovere lo studio multidisciplinare della retorica che vede diversi atenei italiani coinvolti e di cui Trento è capofila. Ma in un'epoca dominata da media digitali e social network, qual è il significato della retorica? Quale la sua utilità a livello sociale e politico?
Oggi i dibattiti pubblici sono stati trasformati in spettacoli competitivi pensati per essere virali sui social e umiliare l’avversario, più che per il confronto di idee. Il caso di Charlie Kirk o quello del format americano Surrounded specializzato in game show e, appunto, gare di dibattito, sono solo alcuni esempi che mostrano come questi modelli creino false equivalenze, legittimino posizioni estreme e sfruttino bias emotivi invece di fatti e ragionamento. La cultura del “prove me wrong” riduce il dibattito a scontro, alimenta odio e polarizzazione e svuota lo scambio pubblico
di umanità e valore educativo. E in un tempo come questo, segnato da polarizzazioni, semplificazioni estreme e da un linguaggio pubblico sempre più aggressivo, la parola “retorica” torna a imporsi nel dibattito culturale. Non come sinonimo di vuota eloquenza o di abbellimento ingannevole del discorso, ma come strumento fondamentale di comprensione del mondo, di costruzione delle decisioni e di convivenza civile. È da qui che prende le mosse la riflessione del professor Manzin: «La retorica – precisa – intesa come forma di comunicazione che coinvolge ragione, emozioni, valori, e che permette agli individui e alle comunità di confrontarsi con la complessità del reale».
«La retorica – spiega ancora il docente – non è una tecnica per “vincere” una discussione. Già Aristotele la concepiva come una pratica orientata alla decisione: quando non esistono verità dimostrabili in modo definitivo, entrano in gioco argomentazioni, prospettive diverse, sensibilità etiche ed emotive. Comprendere, in questo senso, significa misurarsi con punti di vista differenti, non riducibili a un semplice scontro dialettico». È una differenza cruciale: mentre la dialettica presuppone due posizioni contrapposte che competono per prevalere, la retorica è spesso “polilogica”, rivolta a un uditorio ampio, come avviene nel discorso politico, giudiziario o mediatico. Proprio l’attualità rende evidente quanto questa competenza sia necessaria. La radicalizzazione del discorso pubblico, analizzata anche in recenti contesti accademici internazionali, produce quella che il professore definisce provocatoriamente argumentum ad derby. «Si tratta di uno schema comunicativo che divide il campo in tifoserie contrapposte, senza spazio per il confronto articolato. Una dinamica che mobilita emozioni e identità, ma che rischia di bloccare ogni possibilità di comprensione reciproca. In questo scenario, la retorica può offrire strumenti critici per interpretare i fenomeni comunicativi contemporanei e, soprattutto, per educare a un uso responsabile della parola».
L’elemento educativo è centrale per Maurizio Manzin. L’esperienza didattica maturata all’Università di Trento, in particolare a Giurisprudenza, mostra come la retorica possa essere insegnata attraverso pratiche concrete: simulazioni processuali, incontri con professionisti, esercizi di assunzione di ruoli diversi. «Non conta soltanto conoscere le norme, ma saper “mostrare le proprie ragioni” in modo adeguato al contesto e all’interlocutore. È in questo passaggio che molti studenti e studentesse scoprono come il punto di vista cambi a seconda del ruolo ricoperto». Questa consapevolezza, secondo il professore, dovrebbe essere coltivata anche prima dell’università, già nei percorsi scolastici, per contrastare letture semplificate della realtà e promuovere un dialogo più maturo. «Nonostante in Italia il termine “retorica” porti ancora con sé una connotazione negativa, retaggio di una lunga tradizione che l’ha confinata a ornamento letterario o a discorso ingannevole – osserva ancora lo studioso – le pratiche retoriche stanno lentamente riemergendo. Non tanto nel linguaggio comune, quanto nei contesti di ricerca, nella formazione avanzata, nelle professioni». Ed è proprio da questa rinnovata attenzione, maturata nel tempo e rafforzata da una fitta rete di relazioni internazionali, che nasce un Centro interuniversitario di studi sulla retorica, di cui l’Università di Trento è capofila.
Ne fanno parte già gli atenei di Bologna, Messina, Palermo, Venezia Ca’ Foscari, Salerno. Dopo un complesso iter burocratico il Centro è oggi pienamente operativo. Riunisce studiosi e studiose di ambiti diversi: diritto, filosofia del linguaggio, filologia, letterature, studi linguistici, logiche informali. Tra gli obiettivi figurano attività di ricerca condivise, scambi nella didattica e l’istituzione di un premio annuale per giovani studiosi. «La necessità di questo organismo – sottolinea Manzin – è nata dall'assenza di una società italiana di studi sulla retorica, in contrasto con le numerose reti attive a livello internazionale». In un’epoca in cui il linguaggio sembra spesso dividere più che unire, la nascita di questo Centro non solo è un risultato accademico, ma anche un segnale culturale. Rimettere al centro la retorica significa riaffermare il valore della parola come spazio di incontro e di comprensione, di convivenza civile dentro e fuori l’Università.




