Manifestazione per la pace a Roma ©LaPresse ph.Cecilia Fabiano

Vita universitaria

Costruire la pace

Nasce in UniTrento un laboratorio interdisciplinare per il dialogo e la comprensione di crisi e conflitti mondiali

5 marzo 2026
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Lorenza Liandru
Supporto alle Relazioni Istituzionali

Ucraina, Palestina, Iran. Ma anche Sudan, Myanmar, Nigeria: sono solo alcuni dei numerosi teatri di guerra attivi in questo momento. Mai così tanti dalla fine della Seconda guerra mondiale. In questo scenario di profonda incertezza, l’Università di Trento ha deciso di istituire il Laboratorio permanente sulla pace e sui conflitti. Non un semplice centro di analisi, ma uno spazio di dialogo critico, capace di generare conoscenza condivisa e di contribuire a una cultura della pace fondata sulla complessità, sull’ascolto e sul confronto argomentato. Ne parliamo con Gianluca Esposito, direttore del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive e ideatore dell’iniziativa.

Professor Esposito, come nasce l'esigenza di organizzare un Laboratorio permanente dedicato alla pace e ai conflitti?

«L'idea nasce come risposta accademica strutturata al conflitto israelo-palestinese, una crisi fortemente polarizzante che ha scosso in modo profondo anche il mondo universitario. Non abbiamo voluto, però, limitarci a una logica emergenziale: la vocazione del laboratorio è quella di diventare uno spazio stabile di riflessione, capace di accompagnare nel tempo l’analisi critica dei conflitti e delle dinamiche di costruzione della pace. Esistono già, in Italia e all’estero, centri di studi sulla pace o osservatori dedicati a specifiche aree geopolitiche; il nostro progetto si colloca in questo solco, ma con una fisionomia peculiare».

In cosa consiste l'originalità di questo modello?

«Nell’integrazione esplicita di prospettive differenti: storiche e politiche, ma anche psicologiche, culturali e sociali, con particolare attenzione ai meccanismi cognitivi che alimentano stereotipi, processi di radicalizzazione e dinamiche identitarie di contrapposizione. Il laboratorio, inoltre, non vuole limitarsi a descrivere gli eventi e fornire informazioni. L’ambizione è quella di contribuire a sviluppare competenze di ascolto, argomentazione e confronto informato, elementi essenziali per una cultura della pace. In questa prospettiva, il laboratorio è un luogo realmente interdisciplinare e trasversale ai Dipartimenti: è aperto alla partecipazione volontaria del personale docente, di ricercatori e ricercatrici provenienti non solo dalle scienze umane, ma anche da tutta l’area delle discipline Stem».

Nel contesto del laboratorio, la conoscenza è quindi uno strumento concreto di pace, un presidio contro la semplificazione e l’estremizzazione.

«Sì, siamo convinti che la conoscenza interdisciplinare sia l'unico strumento per decostruire i pregiudizi e contrastare le polarizzazioni che caratterizzano i conflitti contemporanei. Guerre e tensioni internazionali vengono spesso narrate attraverso semplificazioni binarie, contrapposizioni identitarie e letture emotivamente polarizzate. Un approccio critico permette di restituire spessore alla realtà; consente di distinguere con rigore tra fatti accertati, interpretazioni e narrazioni ideologiche, aiutando a riconoscere come ogni conflitto sia anche una costruzione discorsiva. Comprendere le radici storiche, politiche, psicologiche e culturali che alimentano le tensioni evita inoltre letture riduttive o esclusivamente emotive».

Il laboratorio chiama a raccolta competenze molto diverse tra loro. In che modo chi ha esperienza in settori apparentemente distanti potrà contribuire a questo progetto?

«Chi sceglierà di aderire al laboratorio potrà offrire un contributo concreto mettendo a disposizione le proprie competenze disciplinari per leggere i conflitti da prospettive molteplici e tra loro complementari. Mi vengono in mente, senza pretesa di esaustività, alcuni esempi: le scienze storiche e politiche possono contribuire a ricostruire radici, sviluppi e trasformazioni delle dinamiche geopolitiche, mentre la giurisprudenza consente di mettere a fuoco il ruolo del diritto internazionale, dei diritti umani e delle responsabilità istituzionali. L’economia, la sociologia e le scienze della comunicazione sono fondamentali per comprendere gli effetti sistemici, sociali e narrativi dei conflitti, così come la psicologia e le scienze cognitive lo sono nell'offrire strumenti per interpretare i processi di radicalizzazione e la costruzione delle identità collettive. Sul versante scientifico, medicina e biologia permettono di approfondire le conseguenze sanitarie della violenza; ingegneria, fisica e matematica sono essenziali per analizzare l’impatto delle tecnologie e delle infrastrutture nei contesti di crisi».

Quali azioni metterà in campo il laboratorio per coinvolgere la comunità accademica e la cittadinanza?

«Il laboratorio organizzerà seminari, tavole rotonde e incontri pubblici aperti alla comunità universitaria e alla cittadinanza, in modo da favorire un dialogo informato e plurale. Promuoverà la pubblicazione di rapporti, volumi e studi interdisciplinari, costruendo una base di conoscenze condivise e accessibili. Attraverso le attività didattiche e di ricerca, i e le partecipanti potranno promuovere una riflessione critica sui temi della pace, della violenza e della gestione dei conflitti. Tali questioni entreranno così a far parte dei percorsi formativi e dei progetti scientifici dell’Ateneo. In questo modo, il laboratorio diventerà un incubatore per nuove reti di collaborazione e progettualità interdisciplinari. L’obiettivo è duplice: incidere in modo concreto sulla vita della nostra comunità e rafforzare il ruolo dell’Università come spazio di confronto pubblico serio, capace di abitare la complessità del presente senza cedere alle semplificazioni».