©bitemahype // Emma Bonvecchio - Poplar Festival

Vita universitaria

Poplar, evento che ha cambiato il ritmo di Trento

Da concerto studentesco a caso di studio in una tesi di laurea: storia del Festival che vive grazie a oltre 400 volontari

15 settembre 2026
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di Jacopo Tomasi
giornalista, Ufficio Web e Social media

C’è stato un tempo in cui, per una parte di Trento, il Poplar Festival era semplicemente “la festa dei ragazzi dell’Università”. Qualcosa a metà tra un concerto studentesco nel parco delle Albere e un grande ritrovo di inizio anno accademico. Se nei giorni scorsi avete fatto un salto sul Doss Trento, durante l’ultima edizione, vi sarete accorti che quella definizione stride con quello che Poplar è diventato. Con quindicimila presenze a edizione, tre palchi e oltre il 60% del pubblico che arriva da fuori provincia (e un 10% dall’estero), questo evento ha reso Trento una delle capitali della musica indipendente in Italia. La conferma che non si tratti di un "festone" estivo, ma di un piccolo miracolo social-culturale, è arrivata persino dalle aule universitarie.

Giulia G. Gonnella ha scritto una tesi di laurea in Sociologia, analizzando Poplar come un esempio di innovazione culturale. «Poplar è un caso di studio straordinario perché ribalta le regole tradizionali della gestione culturale – spiega Giulia –. Spesso i festival giovanili restano piccoli e spontanei, oppure crescono diventando puramente commerciali e perdendo la propria identità. Poplar ha trovato una terza via: nel 2019 il gruppo si è strutturato legalmente nell’Aps Entropia per poter vincere bandi e dialogare alla pari con le istituzioni, ma ha scelto di tenere la burocrazia "invisibile" nel backstage. Agli occhi del pubblico è rimasto solo il brand Poplar, fresco e autentico, proteggendo quel senso di comunità che è il vero motore del festival». In pratica, il festival è cresciuto insieme alla carta d’identità di chi lo ha inventato. «Nel 2017 avevamo vent'anni, sia noi che chi stava sotto il palco – racconta Luca Bocchio Ramazio, uno dei volti storici del team –. Oggi la community va dai 18 ai 45 anni. E anche noi siamo… maturati. Abbiamo imparato un mestiere che non conoscevamo con il metodo più vecchio del mondo: il learning by doing, anche sbagliando, ma alzando l’asticella ogni volta per tenere viva la voglia di tutte e tutti di noi di andare avanti con questa sfida».

Una maturazione che ha trasformato l'evento in un magnete per ragazze e ragazzi da tutta Italia e anche da altri Paesi europei. «La nostra sfida più grande è far capire a Trento cosa siamo davvero Poplar – confessa Nahid Aliyari, altra colonna del gruppo –. Se fuori provincia la nostra identità è chiarissima, qui in città ci è voluto tempo per superare alcune diffidenze. Il vero successo per noi è dimostrare che i giovani possono produrre cultura vera, di qualità, duratura proprio qui, sul territorio». Il punto di svolta, ironia della sorte, è arrivato nel momento peggiore per la musica live: il blackout del Covid nel 2020. Davanti al bivio tra congelare tutto o rischiare, il team ha scelto di trasformarsi. Come racconta la tesi di Giulia, per rispettare i protocolli sanitari Poplar è diventato site-specific: ha portato la musica in luoghi inusuali come il Muse, il Castello del Buonconsiglio o le Gallerie di Piedicastello, e ha introdotto il biglietto a pagamento. «Lì abbiamo fatto i muscoli – ricorda Luca – e abbiamo ottenuto la credibilità istituzionale per proporre al Comune una scommessa apparentemente folle: andare sul Doss Trento, una riserva naturale a volte dimenticata e che non aveva mai ospitato un evento del genere».

Sul Doss (famoso soprattutto per il memoriale dedicato a Cesare Battisti) è nato un patto di fiducia reciproca tra l’amministrazione comunale e l’associazione. Ottenere i permessi per un'area così delicata ha richiesto valutazioni di impatto ambientale e una serietà burocratica impeccabile. Superato l'esame, Poplar ha piantato le tende (in tutti i sensi, perché molti partecipanti campeggiano a Trento e dintorni durante il festival), rifiutando le logiche dei grandi eventi commerciali e dei "non-luoghi" asettici, scommettendo su un festival a misura di persona, dove l'intimità dell'esperienza e il rispetto del luogo contano più dei numeri selvaggi. Una formula che funziona così bene che ormai migliaia di persone comprano l’abbonamento “al buio”, prima ancora di sapere chi canterà (e sapendo che troveranno sempre delle chicche interessanti, grazie all’attento scouting che coinvolge tutto l’anno chi organizza).

In una città che non è affatto un deserto culturale – basti pensare a giganti come il Festival dell'Economia, dello Sport e il Trento Film Festival – Poplar va a coprire uno spazio che prima rimaneva scoperto: quello dei venti-trentenni. Diventando, di fatto, un ottimo antidoto alla tentazione di andarsene dopo la laurea. «Spesso chi lascia Trento non lo fa per mancanza di lavoro, ma perché a 25-30 anni cerca una socialità e degli stimoli che, soprattutto in inverno, qui faticano a trovare – osserva Luca –. Il festival per molti di noi è stato un motivo per restare. Ora l’obiettivo è ampliare l’offerta tutto l’anno, come stiamo già provando a fare con lo spin-off Eden a Trento o gli eventi di fine maggio a Rovereto».

Oggi, dietro la facciata di Poplar c’è una macchina logistica con numeri importanti e che si autofinanzia al 90 per cento grazie a sponsor, ticketing e bar. Un incastro che regge per l’impegno di una “tribù” di oltre 400 volontari (molti di loro iscritti all’Università di Trento) che rendono possibile questo appuntamento. Numeri enormi, che aprono una riflessione sul futuro organizzativo. «Gestire tutto questo ormai per alcuni di noi è un lavoro a tempo pieno – conclude Nahid –. La sfida dei prossimi anni è trovare le risorse per contrattualizzare e stabilizzare alcune figure chiave. Ma lo faremo senza toccare lo spirito no-profit e l'orizzontalità del gruppo: niente gerarchie o stipendi in base all'anzianità, ma stabilizzando chi – di fatto – dedica così tanto tempo al Poplar da non poter fare un altro lavoro». Un passo concreto e necessario, per far sì che questa playlist continui a suonare a lungo come colonna sonora in armonia con la città.